• Updated: Monday, April 10, 2000

  • Giubileo della Famiglia Francescana

    Meditazione di fr. Raniero Cantalamessa

    ROMA, Basilica S. Giovanni in Laterano - 09.04.2000

    Le fonti francescane narrano diffusamente la venuta di Francesco e dei suoi primi compagni in questa Basilica, dove a suo tempo risiedeva il papa. Riferiscono l’esitazione iniziale di Innocenzo III, la parabola della donna povera che manda i suoi figli alla corte del re, e il sogno di papa. “Aveva sognato infatti che la Basilica del Laterano stava per crollare e che un religioso, piccolo e spregevole, la puntellava con le sue spalle, perché non cadesse” . Giotto ha immortalato questo sogno in uno dei suoi affreschi in Assisi e a ricordo di questo si è scelta la piazza antistante questa Basilica per erigervi il monumento a S. Francesco.
    Oggi quasi otto secoli dopo, i figli del Poverello tornano insieme a S. Giovanni in Laterano per il Giubileo. Vorrei indicare tre direzioni in cui indirizzare i nostri sentimenti:

  • intonare un Te Deum di ringraziamento,
  • fare un esame di coscienza,
  • gettare uno sguardo sul presente e l’avvenire.

    1. Il nostro Te Deum

    Cosa Dio non ha fatto con quello sparuto numero di giovani che si presentarono un giorno a Innocenzo III! La parabola del granellino di senape che diventa albero ombroso si è ripetuta nell’ordine francescano. Quanti uomini e donne venuti ad annidarsi sui rami di questo albero...
    Quanti santi, sante, missionari, martiri. Un universo di santità nell’universo più grande della santità della Chiesa...
    Francesco dal cielo può far sua la meraviglia dell’antica Sion:

      “Chi mi ha generato costoro?
      Io ero priva di figli e sterile;
      questi chi me li ha allevati?” (Is 49, 23).

    “A Domino factum est istud, et est mirabile in oculis nostris” (Sal 118, 23).
    «Ecco l’opera del Signore: una meraviglia ai nostri occhi».
    Lassù, nel catino dell’abside, accanto a Maria, il Battista e gli apostoli, due soli altri santi: Francesco d’Assisi e Antonio di Padova, rappresentati qui a poco più di mezzo secolo dalla loro morte.
    Ma non possiamo indugiare troppo su questo aspetto luminoso della nostra storia. Francesco stesso ci trattiene dal farlo con uno dei suoi detti che conosciamo bene:
    “Carlo imperatore, Orlando e Oliviero, tutti i paladini e i prodi guerrieri che furono gagliardi nei combattimenti, incalzando gli infedeli con molto sudore e fatica fino alla morte, riportarono su di essi una gloriosa memorabile vittoria, e all’ultimo caddero in battaglia per la fede di Cristo. Ma si cono ora molti che, con la sola narrazione delle loro gesta, vogliono ricevere onore e gloria dagli uomini” [Innocenzo III, Sermo VI (PL 217, 673-678)].

    2. Un esame di coscienza

    Dobbiamo passare all’esame di coscienza e dopo il Te Deum intonare il umilmente il Miserere. Siamo ancora quella spalla che sostiene la Chiesa?
    Il Giubileo è per tutti una grazia di conversione e tale deve essere anche per noi francescani. Anzi per noi più che per altri. “Penitenza” è la parola con cui comincia il Testamento di Francesco...Parola-chiave per capire tutto il suo movimento. All’inizio essi si chiamavano “i Penitenti di Assisi”.
    Un punto dovremmo prendere seriamente in esame: Francesco “uscì dal secolo”. Noi, per caso, non ci siamo ritornati, nel secolo? Non ci siamo un po’ “secolarizzati”? Siamo come lui, come Gesù, nel mondo, ma del mondo? Uniti a tutto, proprio perché separati da tutto?
    Se così è, come il popolo d’Israele diciamo: “Al Signore nostro Dio la giustizia; a noi il disonore sul volto...” (Bar 1, 15).
    Ma cosa significava per Francesco penitenza e conversione? Entrare nel cuore di Dio, condividere la sua sofferenza, vedere le cose da quel centro, dove ogni cosa e soprattutto il peccato prende la sua vera fisionomia.
    Una cosa meglio di tutte ci rivela cosa significa per Francesco conversione, la sua incredibile devozione al Tau. C’è una storia dietro questa devozione che vale la pena di essere ricordata perché cominciò proprio in questa Basilica.
    Tutto parte da una visione di Ezechiele:

      “Allora una voce potente gridò ai miei orecchi: Avvicinatevi, voi che dovete punire la città, ognuno con lo strumento di sterminio in mano. Ecco sei uomini giungere dalla direzione della porta superiore che guarda a settentrione, ciascuno con lo strumento di sterminio in mano. In mezzo a loro c'era un altro uomo, vestito di lino, con una borsa da scriba al fianco. Appena giunti, si fermarono accanto all'altare di bronzo. La gloria del Dio di Israele, dal cherubino sul quale si posava si alzò verso la soglia del tempio e chiamò l'uomo vestito di lino che aveva al fianco la borsa da scriba. Il Signore gli disse: Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna un tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini che vi si compiono” (Ez 9, 1-4).

    Nel discorso con cui aprì il concilio Lateranense IV nel 1215, l’anziano papa Innocenzo III riprese questo simbolo. Avrebbe voluto, diceva, essere lui stesso quell’uomo “vestito di lino, con una borsa da scriba al fianco” e passare personalmente per tutta la Chiesa a segnare un Tau sulla fronte delle persone che accettavano di entrare in stato di vera conversione [Innocenzo III, Sermo VI (PL 217, 673-678)].
    Non poté farlo di persona per l’età, ma ad ascoltarlo quel giorno, nascosto tra la folla, si dice ci fosse anche Francesco d’Assisi; è certo, in ogni caso, che l’eco del discorso del Papa giunse fino a lui che raccolse l’appello e lo fece suo. Da quel giorno cominciò a predicare, ancora più intensamente di prima, la penitenza e la conversione e a segnare un Tau sulla fronte delle persone che si avvicinavano a lui. Il Tau divenne il suo sigillo. Con esso firmava le sue lettere, lo disegnava sulle celle dei frati. San Bonaventura poté dire dopo la sua morte: "Egli ebbe dal cielo la missione di chiamare gli uomini a piangere, a lamentarsi... e di imprimere il Tau sulla fronte di coloro che gemono e piangono" [S. Bonaventura, Legenda maior, 2 (FF, 1022)].
    Fu per questo che Francesco fu talvolta chiamato “l’angelo del sesto sigillo”: l’angelo che reca, lui stesso, il sigillo del Dio vivente e lo segna sulla fronte degli eletti (cf. Ap 7,2 s.).
    Io oso adesso chiedervi di fare un gesto: offrire ognuno al suo vicino la fronte per farvi tracciare con la mano il segno del Tau, come se Francesco in persona passasse tra noi...In questo modo proclamiamo che il Tau non è per noi francescani solo un distintivo da portare al collo, ma un sentimento profondo del cuore, un modo di essere.

    3. Un fiducioso sguardo in avanti.

    Il Giubileo è anche una grazia di rinnovamento nello Spirito. Cosa si aspettano da noi la Chiesa e il popolo di Dio? Un giorno si presentarono agli apostoli alcuni greci venuti a Gerusalemme per la festa di Pasqua e dissero loro: “Vogliamo vedere Gesù” (Gv 12, 21).
    Gli uomini d’oggi si accostano a noi francescani con una domanda analoga: Vogliamo vedere Francesco! Fateci vedere Francesco!
    Il mondo ha nostalgia di Francesco. Più che mai. Lo vediamo da tanti segni; l’incontro tra i capi delle religioni in Assisi nel 1986, il suo nome che ritorna ogni volta che si parla di ecologia, di salvaguardia del creato, di povertà.
    Ma ancora più che il poeta, l’amico del creato, il mondo ha bisogno di vedere il santo, l’uomo del vangelo alla lettera...
    Non dobbiamo defraudarlo di questa attesa. È vero: non siamo noi i soli a tener viva la memoria di Francesco nella Chiesa. Innumerevoli altri uomini e donne incarnano oggi il suo spirito, senza forse fregiarsi del suo nome, o portandolo solo nel segreto del cuore. Noi li accogliamo tra noi, nello spirito, li riconosciamo fratelli, anche se non sono qui con noi, li ringraziamo per l’esempio che ci danno. Penso a Madre Teresa di Calcutta, a Charles de Foucault, a l’Abbé Pierre, a Helder Camara e tanti altri. La Chiesa è più vasta di quello che appare dai registri del battesimo, e anche la famiglia francescana è più vasta di quello che appare dalle statistiche degli ordini religiosi.
    Ma non possiamo per questo rinunciare al nostro compito. Dante dice che, prima di morire, il Poverello

      “a’ frati suoi, sì com’a giuste rede,
      raccomandò la donna sua più cara” [Paradiso XI 112 s.]

    A noi, come a legittimi eredi, ha lasciato Madonna Povertà. Valgono anche per noi le parole del profeta Baruch a Israele: “Non dare ad altri la tua gloria, né i tuoi privilegi a gente straniera” (Bar 4,3).
    Un modo di permettere alla gente di “vedere” ancora Francesco, semplice ma più importante di quanto si creda, è di portare il suo abito, non deporlo quando non c’è motivo di farlo. Nel mio servizio in TV mi rendo conto di quanto la gente, almeno in Italia, ami ancora quest’abito proprio perché ricorda loro Francesco...
    Ripartiamo, per un rinnovamento spirituale, da dove è partito Francesco: dalla preghiera, dall’ascolto avido della Parola di Dio pronto a captarne gli appelli sempre nuovi...Da quel suo “Signore, che vuoi che io faccia?”, ripetuto per giorni interi a S. Damiano. Lo sappiamo da tutte le nostre storie: il periodico rinnovamento dell’ordine francescano è cominciato sempre dalle case di preghiera. Il futuro dell’ordine non si inventa, anche oggi, stando in perenne seduta intorno a un tavolo, o limando sempre più, nei capitoli generali, le nostre Costituzioni. Si scopre mettendoci in ginocchio e invocando anche su di noi, come si è fatto su tutta la Chiesa, “una novella Pentecoste”.

    La nostra presenza qui ha anche un altro significato: esprime la volontà di camminare insieme, le varie famiglie francescane, in santa fraternità e concordia. Vogliamo che non si oda più tra noi la questione che tanto rattristava Gesù negli apostoli: “Chi di noi è il più grande?”.
    È un’occasione, questa, per attuare anche tra noi francescani, una guarigione delle memorie, come quella che la Chiesa, per bocca del papa, sta attuando in tanti campi.
    Noi proponiamo al mondo d’oggi Francesco come l’uomo della riconciliazione, della pace, dell’unità tra le classi, i popoli e le religioni. È un aspetto rievocato poco fa dalle letture scelte per questa liturgia. Dobbiamo dare noi per primi l’esempio di questa gioiosa fraternità, rallegrandoci gli uni dei successi degli altri e soffrendo gli uni per le difficoltà degli altri.
    Ricordiamo quello che secondo Dante stupiva ed edificava di più in Francesco e i suoi primi compagni:

      “La lor concordia e i lor lieti sembianti,
      amore e maraviglia e dolce sguardo
      facieno esser cagion di pensier santi”[Paradiso XI v. 76 ss.]

    Non permettiamo che nulla - assolutamente nulla - incrini mai la bella collaborazione e concordia raggiunta tra i vari rami della famiglia francescana. Nulla è più prezioso di essa. Ne va della credibilità di tutte le nostre iniziative per l’ecumenismo e la pace. La preghiera di Gesù è anche la preghiera di Francesco: “Padre, che siano una cosa sola...”.

    Lascio ora la parola al Serafico Padre che ci parla come parlò un giorno a tutti i suoi frati riuniti per il capitolo delle Stuoie:

      “Figlioli miei, grandi cose abbiamo promesso a Dio,
      ma molto più grandi sono le cose che Dio ha promesso a noi.
      Osserviamo quelle che abbiamo promesso a lui,
      e aspettiamo con sicura speranza ciò che lui ha promesso a noi.
      Breve è il piacere di questo mondo,
      ma la pena che ne segue è senza fine.
      Piccola è la pena di questa vita,
      ma la gloria che ne segue è infinita” [Fioretti, XVIII (FF 1848)]

    Come fece Eliseo con Elia, noi ti preghiamo Padre san Francesco:
    Dacci un po’ del tuo spirito, un lembo soltanto del tuo mantello.
    Fa che continuiamo ad essere, in tutta umiltà e spirito di servizio,
    la tua spalla che sorregge il muro della santa Chiesa.
    Tu, “carro d’Israele e suo cocchiere”.
    Tu nostro padre e fratello nostro.

    fr. Raniero Cantalamessa ofmcap



  • © Macmade on Mon, Apr 10, 2000 at 14:45:47 by John Abela ofm (Communications Office - Rome)
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