• Updated: Tuesday, April 11, 2000

  • Riflessione per l'Assemblea del MoFra
    LA SPERANZA FRANCESCANA

    Emanuela De Nunzio - Ministro Generale OFS

    Quando mi è stato chiesto il tema che mi sarebbe piaciuto presentare all’attenzione di questa Assemblea, mi è venuto spontaneo quello della speranza: avendo ben vivo nella mente e nel cuore il Messaggio conclusivo del Sinodo dei Vescovi per l’Europa dell’ottobre scorso. Quel messaggio mi aveva profondamente toccata, forse proprio perchè - per temperamento e per esperienza - sono portata al pessimismo della ragione piuttosto che all’ottimismo della speranza. La speranza rappresenta, dunque, per me uno sforzo e una conquista da realizzare ogni giorno "alla sequela di Cristo sulle orme di S. Francesco d’Assisi".

    Per la verità, il quadro che ci presenta l’Instrumentum Laboris del Sinodo alimenterebbe più il "pessimismo della ragione" che l’ "ottimismo della speranza", tali e tanti sono i fenomeni negativi, o quanto meno problematici e inquietanti, che caratterizzano l’ambiente culturale, sociale, politico e finanche ecclesiale nel quale ci troviamo a vivere e ad operare, nel quale siamo chiamati ad esprimere la vita fraterna e la missione, nel quale dobbiamo cercare di conoscere e di adempiere la volontà del Padre. Ma non avrei scelto il tema della speranza se non fossi convinta che quei fenomeni, così seriamente e lucidamente messi in luce nell’Instrumentum, sono ben misera cosa di fronte all’oggetto della nostra speranza, che è Gesù Salvatore, il Risorto; al fondamento della nostra speranza, che ha nel Vangelo il suo annuncio gioioso, il documento perenne, la prova storica.

    "Tu sei la nostra speranza…" canta S. Francesco nelle Lodi di Dio Altissimo. E lo ripete due volte, nello stesso contesto, quasi a voler mostrare tutta la forza della speranza nella sua vita e nella ispirazione di ogni sua scelta e di ogni suo comportamento. La promessa del premio e l’incrollabile fiducia che lo "Spirito del Signore" soffia ancora su chi lo accoglie con "purità di mente e di cuore" hanno sorretto il nostro Serafico Padre e hanno inondato il suo animo di quella gioia traboccante, che ancora oggi attira verso di lui ogni genere di persone, compresi i più indifferenti e lontani.

    È quanto affermava il Santo Padre nel Messaggio ai Ministri Generali delle Famiglie Francescane, in occasione dell’ VIII centenario della nascita di S. Francesco: "… gli uomini ammirano e amano il Santo d’Assisi perchè vedono realizzate in lui, in maniera esemplare, quelle cose alle quali essi maggiormente anelano, senza tuttavia riuscire a raggiungerle nella propria esistenza, e cioè la gioia, la libertà, la pace e la riconciliazione tra loro degli uomini e delle cose". E aggiungeva: "La gioia di Francesco è figlia dello stupore con cui egli, nella semplicità e innocenza del suo cuore, sa contemplare ormai tutte le cose e gli avvenimenti; ma è figlia soprattutto della speranza che c’è nel suo cuore e che gli fa esclamare tanto è il bene che m’aspetto che ogni pena m’è diletto".

    Dunque: se c’è un santo che della speranza ha fatto il suo nutrimento spirituale, questi è S. Francesco; se c’è una vita che deve "respirare" speranza, questa è la vita francescana.

    Come francescani, possiamo perciò accogliere, con totale adesione e con rinnovato entusiasmo, l’esortazione dei Vescovi nel Messaggio conclusivo del Sinodo: "La speranza - di cui il Signore Gesù è la fonte, anzi che è Gesù stesso - non è un sogno o un’utopia. La speranza è una realtà, perchè Gesù è l’Emmanuele, il Dio-con-noi, è il Risorto continuamente vivente nella sua Chiesa per operare la salvezza dell’uomo e della società". Come francescani abbiamo forse un compito in più di fronte alla sfida della speranza: quello, cioè, di riuscire a fare una sintesi tra utopia e realismo, tra profezia e concretezza.

    In questa Assemblea, che vede riuniti i responsabili della Famiglia Francescana nelle sue varie componenti (maschili e femminili, clericali e laicali), vorrei proporre alla vostra riflessione alcuni percorsi realizzabili negli ambiti della comunione (koinonia), della testimonianza (martyria) e del servizio (diakonia).

    1. Comunione.

    Dalla ecclesiologia di comunione, idea centrale e fondamentale del Concilio, è sgorgata la definizione di 2Famiglia Francescana". Che introduce e caratterizza la Regola rinnovata dell’OFS. La Famiglia Francescana "riunisce tutti quei membri del Popolo di Dio - laici, religiosi e sacerdoti - che si riconoscono chiamati alla sequela di Cristo sulle orme di Francesco d’Assisi… in modi e forme diversi, ma in comunione vitale reciproca". Religiosi e laici non appartengono, dunque, a compartimenti stagni, che si incontrano o collaborano in occasioni e forme predeterminate, ma sono dei cristiani, distinti per stati di vita, doni e carismi, che mutuamente si ordinano, intercomunicano, si completano.

    Questa definizione, però, non è ancora pienamente compresa ed accolta nè dai religiosi, nè dai secolari e siamo appena agli inizi di un cammino comunionale autentico.

    Tra i "segni di speranza" enumerati nel Messaggio post-sinodale c’è anche "l’accresciuta presa di coscienza della corresponsabilità di tutti i cristiani, nella varietà dei doni e dei compiti, nell’unica missione della Chiesa".

    Penso che proprio la Famiglia Francescana potrebbe essere il terreno fecondo per far nascere piccole e vive comunità ecclesiali in cui religiosi e laici vivano la reciprocità e la comunione nella spiritualità e nell’apostolato, per esprimere l’unità del carisma con riferimento al comune Fondatore.

    Questa forse è utopia, ma è certo realistico pensare almeno a scelte e a programmi di apostolato, definiti insieme e portati avanti insieme. Basti pensare alla pastorale giovanile, dalla quale i laici (che pur sono responsabili dei giovani nella famiglia e nella scuola) restano esclusi. Ne restano ai margini finanche quando l’apostolato con i giovani si chiama GIFRA!

    La comunione e la reciprocità consentiranno
    ai secolari di ricevere dai religiosi le motivazioni spirituali e la consistenza culturale da porre a base del loro apostolato;
    ai religiosi di ricevere dai secolari tutte le provocazioni che derivano dalla drammaticità, a volte lacerante, dell’esistenza laicale.

    Religiosi e secolari, presentandosi insieme come segno effettivo della Chiesa-comunione, diventeranno "costruttori" di comunione e potranno trasformare la società - come già avvenne agli albori del francescanesimo - infondendo in essa lo spirito delle Beatitudini.

    2. Testimonianza

    Il Messaggio dei vescovi ci presenta un pressante appello: "Impegniamoci a dare un nuovo impulso all’annuncio mediante la testimonianza della vita…". A questo tema l’Instrumentum dedica molte pagine e attenta considerazione critica circa i metodi e i mezzi con cui ancora avviene l’annuncio. Vi si colgono una serie di "non basta".

    "Non basta proporre quei valori che si possono qualificare come evangelici e insieme umanistici, come la giustizia, la pace, la libertà: non perché essi non siano essenziali, ma perché è in gioco qualcosa di più originario e fondante" (n.51);

    "Non basta che la verità e la grazia siano offerte mediante la proclamazione della Parola e la celebrazione dell’Eucaristia e degli altri sacramenti" (n.57);

    "Non bastano discorsi e riti, per quanto belli…" (n.57);

    Richiamandosi alla famosa affermazione di Paolo VI che "l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri", si ribadisce che per poter evangelizzare, bisogna "offrire una testimonianza vissuta di fedeltà al Signore, di povertà, di distacco, in una parola, di santità."

    Siamo ricondotti, così, ai valori tipici ed essenziali della nostra spiritualità e del nostro carisma e a quella che fu la costante preoccupazione del nostro Serafico Padre. Non sta a me ricordarvi quale ampiezza di significato abbia avuto per lui l’esempio e quale importanza gli abbia sempre dato. Francesco sa bene che il buon esempio, oltre ad essere un gesto di culto e di onore a Dio e una sequela del Cristo Signore, è un metodo di avvicinamento e di conquista degli uomini. Tale e tanto è, per Francesco, la dignità di colui che mette in pratica la Parola di Dio "con le opere sante, che debbono illuminare gli altri con l’esempio", da farlo diventare "madre" del Signore, perché è proprio l’esempio delle opere sante che Lo porta alla luce tra gli uomini (Lf).

    Tutta intera la Regola rinnovata dell’OFS è un appello e un impegno a dare il buon esempio nella vita familiare, professionale e sociale. E le Costituzioni ribadiscono che nella propria famiglia e con la presenza attiva nella Chiesa e nella società, i francescani secolari partecipano al "servizio di santificare".

    Troppo spesso, debbo riconoscerlo dolorosamente, ci tiriamo indietro di fronte al quotidiano sforzo penitenziale di rinnovamento personale che ci viene richiesto; ci lasciamo spaventare dal rischio a cui inevitabilmente si espone chi voglia porsi "in alternativa" alla cultura dominante.

    Mi chiedo se, come Famiglia Francescana, non sia possibile fare un salto di qualità per trasformare le Fraternità dell’OFS. Da luoghi di devozioni e di mero ascolto di una Parola stancamente proclamata e passivamente recepita, farne autentici "laboratori" di dialogo e di comunione, dai quali i secolari possano partire per le strade del mondo come "araldi del Gran Re" e missionari del Vangelo della speranza, per l’edificazione della città degli uomini e per "illuminare e ordinare le cose temporali in modo che sempre siano fatte secondo Cristo" (LG 31).

    Si diceva un tempo che il religioso dovrebbe avere un ruolo essenzialmente missionario (verso gli altri, da andare a cercare), mentre al laico spetterebbe l’accoglienza, nel luogo in cui si trova. Non so se sia ancora così: mi sembra che le parti si siano invertite e che, ad andare a cercare i lontani, dovrebbero essere proprio i laici che possono incontrarli nei luoghi di lavoro e di svago, nei vari areopaghi dove si svolge la nostra quotidianità.

     

    3. Servizio

    Ancora dal Messaggio del Sinodo: "… La carità operosa, da parte dei singoli e delle comunità, è l’unica strada percorribile per ridare speranza a chi è senza speranza. Decidiamoci dunque all’amore! Con una vita che sia specchio e testimonianza di Dio Carità, apriamo il nostro cuore all’accoglienza, all’attenzione ad ogni fratello e sorella che si trovano nella sofferenza o nella paura, all’amore preferenziale per i poveri, alla condivisione dei beni con una vita più sobria".

    Su questo punto ci sarebbe ben poco da dire, perché la storia della Famiglia Francescana è una storia di "opere di misericordie", e la realtà della Famiglia Francescana oggi è una realtà di opere di misericordia e di opzione preferenziale per i poveri.

    Però,… forse c’è qualcosa da dire, proprio sul piano della collaborazione e della reciprocità vitale.

    Ho letto recentemente, nella rivista dell’OFS del Quebec, una semplice cronaca che mi ha colpita. In una Fraternità, il Padre Assistente parla dei lebbrosi del nostro tempo e, fra coloro che oggi non hanno voce e non hanno diritti, annovera i bambini non nati e non voluti, che rischiano di essere uccisi nel ventre della madre. Un secolare si alza e offre una somma cospicua per mettere in cantiere qualche iniziativa. Tutti si associano e comincia a delinearsi un progetto. Viene coinvolta una suora, con specifica esperienza di rapporti con persone sbandate e in difficoltà. La sua Congregazione mette a disposizione un locale… Nasce così un centro di ascolto e di accoglienza: nel corso del 1999, 88 bambini sono nati dalle donne che il centro ha sostenuto e aiutato psicologicamente ed economicamente.

    L’iniziativa è stata resa possibile dalla cooperazione. Senza di essa, il frate avrebbe continuato a predicare, la suora avrebbe continuato ad avvicinare e incoraggiare singole donne, i secolare avrebbero continuato a scandalizzarsi e dolersi del dilagante fenomeno dell’aborto… E un numero imprecisato di quelle 88 creature sarebbe finito nel cucchiaio del chirurgo e nell’inceneritore.

    In questo mondo che soffre e che presenta campi sterminati di ingiustizie da riparare e di lacrime da asciugare, l’azione dei singoli, sempre preziosa, si disperde e si vanifica. Insieme potremmo essere tanto più efficaci! Occorre unire le forze, essere in tanti, non rimanere isolati; occorre accettare il presente e guardare al futuro, influire anche sulle istituzioni con incidenza e tenacia.

    Per queste considerazioni, non voglio soffermarmi sui vuoti che si stanno verificando negli Ordini Religiosi per il calo delle vocazioni e sul progressivo abbandono delle opere che avevano creato e non riescono più a portare avanti. Voglio soffermarmi piuttosto sui frutti della complementarietà:

    i religiosi possono mettere a disposizione la formazione specifica, la continuità della loro presenza e il loro impegno a tempo pieno, le strutture che via via rimangono inutilizzate;

    i secolari possono mettere a disposizione un consistente numero di volontari e una serie di esperienze, di professionalità e di collegamenti con la società civile.

    Non c’è grande città o piccolo centro in cui la Famiglia Francescana non sarebbe in grado di impiantare un progetto come quello del Quebec, per le più svariate situazioni di povertà e di emarginazione.

    Il clima giubilare ci chiede di essere promotori di una nuova cultura di solidarietà, lieti senza gelosie, fieri senza arroganza. Ci invita a superare l’egoismo personale e collettivo per proseguire, con coraggio e con creatività, la via che i nostri predecessori hanno percorso cooperando, di epoca in epoca, al compimento del disegno d’amore del Padre.



    © Macmade on Tue, Apr 11, 2000 at 23:01:16 by John Abela ofm (Communications Office - Rome)
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