• Updated: Monday, October 2, 2000

  • Mandati al mondo intero

    Basilica di S. Maria in Aracoeli
    01.10.2000
    Discorso del Ministro Generale
    Giacomo Bini OFM
    durante la consegna del Crocifisso ai missionari.

    «Per questo [il Signore] vi mandò per il mondo intero, affinché rendiate testimonianza alla voce di lui con la parola e con le opere e facciate conoscere a tutti che non c’è nessuno Onnipotente eccetto Lui» (LOrd 9)

    L’andare "per il mondo intero" è parte integrante della vocazione evangelica francescana sin dall’inizio: "chiamati" per essere "mandati". Non possiamo, allora, fare a meno della dimensione apostolica e missionaria della nostra vocazione, che risponde alla logica del Regno, più che ai bisogni dei destinatari o a qualche altra necessità. In Matteo 10, 1-5, l’evangelista non distingue la chiamata dalla missione.

    Tuttavia, la missione si fa "urgenza" quando noi stessi accogliamo l’invito a seguire Cristo, quando viviamo una relazione profonda e autentica con il Signore. "Non si può amarLo e tacere". L’essere discepoli si concretizza nell’essere apostoli, mandati al mondo intero.

    La missionarietà, l’evangelizzazione, l’andare per il mondo è dunque una questione di fede, di fede viva; è "l’indicatore esatto della nostra fede in Cristo e nel suo amore per noi" ("Redemptoris Missio", 11). Nell’andare per il mondo, il primo impegno è la contemplazione, l’ascolto e l’amore fraterno.

    L’unica condizione evangelica che Francesco esige con forza è l’espropriazione, la povertà, la libertà e l’amore fraterno, che per il Poverello equivale a conversione ed è la conseguenza e l’espressione di un incontro con il Dio povero che accoglie con generosità (mentre il giovane ricco lo rifiuta). La casa dell’apostolo è la via, il suo sostegno la vicinanza dei fratelli di viaggio, la sua forza la presenza dello Spirito che lo abita. Il missionario francescano non si appropria mai di nulla: né di un luogo, né di un progetto, né di un’opera, né di denaro, né di nessuna altra cosa. La gloria di Dio deve risplendere davanti agli uomini nella sua limpidezza, al di là di ogni interesse personale. Solo allora diventeremo pace e annunzieremo pace. Vocazione, missione e "kenosi", sino al dono totale di sé, sono inseparabili (cfr 1Cel. 22-23).

    "Va’ dai miei fratelli… Ho veduto il Signore!" (Gv 20,17). "Francesco scelse di vivere per tutti e non per sé solo, sull’esempio di Cristo" (1Cel 35). Si tratta di andare perché il Signore manda. Non vado per me, perché decido io di andare, perché "c’è bisogno…", ma vado perché Tu mi mandi, mi hai affidato un compito… Questo riferimento è essenziale; questa è la missione che va sempre riscoperta e "ricordata". Tutto ciò diventa un criterio importante, fondamentale di fronte a tutti i possibili modi o desideri di andare. È per noi un discernimento vocazionale fondamentale, radicato nell’obbedienza (Am 3,5), verificato e riportato continuamente alla dimensione contemplativa (3Comp 36-37).

    Si tratta di andare per un preciso annunzio: "Ho visto il Signore!". Un annuncio da offrire con la testimonianza della propria vita e con la parola fecondata dal silenzio, in continua comunione con la Spirito, perché possa diventare parola piena, autentica, autorevole dello Spirito. "Ciò che contraddistingue l’apostolo, non è il suo valore umano, la sua creatività spirituale, la sua influenza religiosa, ma la chiamata di Gesù, la missione che ha ricevuto, il sigillo che gli è stato impresso…L’apostolo è colmo di Cristo, impregnato della sua Parola, e il Signore è la sostanza della sua vita" (R. Guardini). L’apostolo annuncia il Cristo con cui vive e che ascolta quotidianamente; è testimone di qualcuno (cfr. 3Comp 37). All’apostolo si richiede di essere fedele al suo mandato, di essere il più trasparente possibile a Colui che l’abita e che annuncia.


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