Varsavia - Kostancin (12-18.10.1998)

Con i giovani frati, pellegrini verso l'Europa del domani
IV Assemblea

Centrum Animacji Misyjnej
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L'EUROPA E IL CRISTIANESIMO

RELAZIONE

Aldo Giordano

Introduzione
L'intento di questo contributo è di offrire qualche spunto di riflessione, alla luce della mia esperienza presso il Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee (CCEE), senza alcuna pretesa di saper diagnosticare lo ´stato di salute" né dell'Europa, né tantomeno del Cristianesimo.

Le Chiese che sono in Europa vivono con molto interesse il processo dell'unione monetaria e ancora maggiormente la questione dell'allargamento dell'Unione Europea (o meglio dell'"europeizzazione" dell'Europa, come ha detto il papa in Austria nel giugno scorso, in una prospettiva del tutto nuova), ma sono anche pienamente coscienti che il loro compito trascende ogni concreta realizzazione storica e culturale.

Ci riferiamo all'Europa, ma i nostri orizzonti di pensiero devono essere molto dilatati sia nello spazio che nel tempo. Si tratta di parlare del nostro continente con lo sguardo rivolto al mondo intero ed in particolare con il punto di vista del sud della terra e di tentare di pensare alle tendenze che saranno decisive per la storia futura. Anche se lo spirito profetico é raro, é sempre utile provare a chiederci: cosa sarà l'Europa, per esempio, nel 2020? Quale sarà il suo ruolo? Quali le conseguenze della crescente presenza dell'Islam?.... Un dato sembra evidente: l'andamento demografico mondiale indica uno spostamento dell'asse geo-politico verso l'Asia e forse anche a livello culturale e religioso.

Non ho certamente suggerimenti da dare ai provinciali d'Europa dei Frati minori, ma sento che Francesco d'Assisi ci é fratello e maestro in questa ricerca di uno sguardo dilatato a livello geografico, profondo nell'ascoltare le attese degli uomini e della storia e soprattutto aperto al Cielo dischiuso dal Vangelo. Anche noi siamo inviati a piedi nudi e senza denaro a predicare che il Regno dei cieli é vicino, a guarire gli infermi, risuscitare i morti, sanare i lebbrosi, cacciare i demoni (Mt 10,7-10), oltre ogni frontiera, cercando senza sosta il dialogo con il povero e con il sultano, con il papa e con i fratelli dell'ordine...

I. LA SITUAZIONE CULTURALE DELL'EUROPA O IL PROBLEMA
Due tendenze di fondo sembrano percorrere la nostra epoca moderna o post-moderna.

1. LA TENDENZA ALLA RIDUZIONE DELLO SPAZIO.
Le comunicazioni e il ritmo dello sviluppo tecnico stanno riducendo sempre più le distanze, rendendo il mondo piccolo, trasformandolo nel famoso e discusso "villaggio globale".

Questo fenomeno richiede la capacità di pensare in termini di mondialità e di affrontare i problemi nei vari ambiti (economico, politico, culturale....) con un'ottica planetaria e di interdipendenza, senza più seguire una logica parziale o settoriale.

Inoltre si sono rotti degli ´spazi" che nel passato erano luoghi di sicurezza e di identità come la patria, il paese, la casa, la chiesa, un certo ambito di valori riconosciuto..., creando una situazione di ´spaesamento" o assenza di dimora e una ricerca di altri spazi per ritrovare un'identità, espressa anche dal gusto per la trasgressione e dal continuo spostarsi e viaggiare senza mete precise.

L'elemento che più m'interessa sottolineare é il fatto che la riduzione degli spazi che sperimentiamo ci costringe fondamentalmente a ripensare il rapporto con l'altro, con le diversità (di cultura, di razza, di religione...). Si sta creando oggi una situazione quasi paradossale: quando le diversità erano molto lontane apparivano meno ´diverse" e quindi anche meno problematiche, perché erano meno conosciute, ora invece le diversità si sono avvicinate, vivono nella stessa casa e quindi improvvisamente appaiono veramente nella nella loro realtà: sono diversità! E con esse dobbiamo vivere. In questa situazione possiamo incorrere in rischi gravi. Infatti una mentalità che tenta di ridurre o anche annientare lo ´spazio" può essere ancora l'espressione di una cultura che non ammette la diversità tra l'io e l'alterità. Questa cultura è animata da un movimento "egologico" tendente all'affermazione egocentrica-narcisistica dell'io. Gli esiti dell'"egologia" sono di tipo ideologico-totalitario in quanto un io (cioè una parte) pretende di ingigantirsi fino ad occupare tutto lo spazio e diventare una totalità divorante e quindi violenta.

Senza il permanere di uno spazio, di una distanza, non c'è la possibilità di riconoscimento dell'alterità, non é possibile vedere il volto dell'altro. Senza distanza non ci sarebbe differenza e quindi non ci sarebbe la varietà dei volti. E' il volto dell'altro, nella sua irriducibilità, unicità, misteriosità, nel suo tralucere l'infinito, che fa sgorgare il pensiero della meraviglia e dello stupore e richiede la responsabilità etica. E lo spazio è necessario come mediazione, come il terzo fra i due, come luogo dove l'io e l'altro s'incontrano senza fusione totalitaria, senza soppressione reciproca e dove avviene la piena realizzazione libera dei due.

Vorrei ridire il problema che ho espresso e l'esigenza che siamo chiamati ad affrontare, citando una pagina emblematica del pensatore tedesco Friedriche Nietzsche, contenuta nel suo Così parlò Zarathustra.

Zarathustra, fondatore di un'antica religione, che Nietzsche rimette in scena, è circondato da una turba di storpi, handicappati e mendicanti che gli chiedono di essere guariti, ma egli replica che la sua esperienza gli ha insegnato che non é la cosa peggiore il fatto che ad uno manchi un occhio od un orecchio o qualcos'altro ed afferma:

"Io vedo e ho visto ben di peggio ... : uomini cioè cui manca tutto, se non che hanno una sola cosa di troppo - uomini che non sono nient'altro se non un grande occhio o una grande bocca o un grande ventre o qualcos'altro di grande, - costoro, io li chiamo storpi alla rovescia. E quando venni dalla mia solitudine e per la prima volta passai da questo ponte: non potevo credere agli occhi miei, e guardai, guardai ancora e alla fine dissi: "questo è un orecchio! un orecchio grande quanto un uomo!". Guardai meglio: e, realmente, sotto l'orecchio si muoveva una coserella piccola e misera e stentata da far pietà. In verità, l'orecchio mostruoso poggiava su di un piccolo esile stelo, - ma lo stelo era un uomo! ...

In verità, amici, io mi aggiro in mezzo agli uomini come in mezzo a frammenti e membra di uomini! E questo è spaventoso ai miei occhi: trovare l'uomo in frantumi e sparpagliato come su un campo di battaglia e di macello...

Io passo in mezzo agli uomini, come in mezzo a frammenti dell'avvenire: di quell'avvenire che io contemplo. E il senso di tutto il mio operare è che io immagini come un poeta e ricomponga in uno ciò che è frammento ed enigma e orrida casualità".

La più radicale povertà di umanità e quindi la più grande ´immoralità" nasce sempre dal frammentare il volto dell'uomo in pezzi per poi sceglierne un frammento, una parte e ingigantirla "ideologicamente" fino a farla diventare il tutto. Questo è violenza, perchè quando una parte (come l'occhio) - che in sè è vera e basilare come contributo per il tutto - pretende di essere il tutto, deve fuoruscire dal suo campo, occupare tutto lo spazio e quindi eliminare le altre dimensioni che sono altrettanto umane e importanti. Se un ´io" vuole essere tutta la realtà, ovviamente dovrà eliminare ogni alterità.

Questa è la logica ´diabolica" (= dia-bolon, dia-ballo significa spezzare la realtà e sparpagliare i frantumi in tutte le direzioni) che ha percorso e percorre troppo i sentieri dell'Europa. La logica conquistatrice di certi antichi imperi, i più recenti Lager e le contemporanee tragedie dei Balcani sono testimonianze drammatiche del fallimento dell'io e dell'altro di trovare un sentiero comune.

Anche l'economia rischia questa deriva. Sistemi economici basati sul liberismo, sul libero mercato, sulla proprietà privata, sulla libera iniziativa, sulla capacità imprenditoriale, hanno creato dei ´vincenti" della modernità, ma anche dei ´perdenti": le persone più deboli, gli ´inutili", gli emarginati ... D'altra parte abbiamo assistito allo spegnimento delle capacità creative per opera di sistemi che, nel nome della giustizia e della solidarietà, hanno eliminato la libera iniziativa, ´imponendo" il collettivismo.

Occorre disinnescare questa ´violenza" delle politiche e delle economie.

2. LA TENDENZA ALLA RIDUZIONE DEL TEMPO.
Una seconda tensione presente ai nostri giorni, ancora più emblematica, è il tentativo della riduzione del tempo o addirittura della sua eliminazione (se fosse possibile!).

Sappiamo che l'uomo é strettamente legato al tempo, come tutte le cose: egli nasce, cresce e muore. Questo significa che il tempo é anche il suo più grande problema. Dire tempo, infatti, significa dire ´passato", ma dire passato significa che tutto, anche ciò che è più sacro, cade inesorabilmente nel nulla, ´passa". Dire tempo significa dire ´futuro", ma se consideriamo il futuro, dobbiamo riconoscere che l'unico futuro certo é ancora la morte. Ed il presente appare come attimo fuggente. In altre parole la realtà del tempo costituisce la mortalità della vita umana, mentre il desiderio sarebbe di fermare il tempo e di essere eterni. Anche se in modo inconscio l'uomo cerca in tutti i modi di annullare il tempo e la sua forza di rapina, alla ricerca di un amore, una festa, una vita che non finiscano.

Ma i tentativi appaiono oggi spesso fallimentari. Qualcuno sceglie di eternizzare il passato e intraprende la via della conservazione fondamentalista dei valori e delle verità già vissute, senza percezione delle novità del presente e del futuro; altri mitizzano il futuro e cercano cambiamenti rivoluzionari senza legami al presente ed al passato; la maggior parte oggi si affida forse agli attimi frammentati del presente senza un ´da dove" veniamo ed un ´verso dove" andiamo, cioé senza scopi e con sensi molto brevi.

Rimane la domanda: esiste un senso al vivere? Ci sono valori o beni a cui possiamo affidare la vita che non si corrodono e non crollano? Con questi interrogativi siamo in realtà posti davanti alla questione dell'Eterno, di Dio.

Se vogliamo parlare seriamente dell'Europa ed anche della sua crisi, dobbiamo considerarne la questione seria, cioé Dio. La crisi dell'Europa in ultimo riguarda il punto che é alla base del Cristianesimo, cioé la nostra fede ed il nostro rapporto con Dio. Essa é descritta in modo drammatico ed impareggiabile in una famosa pagina di Nietzsche:

´Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: "Cerco Dio! Cerco Dio!". E poichè proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. "E' forse perduto? Ha paura di noi?" disse uno. "Si è perduto come un bambino?" fece un altro. "Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? E' emigrato?" - gridavano e ridevano in una gran confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: "Dove se n'è andato Dio? - gridò - ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all'ultima goccia? Chi ci dette la spugna per strusciar via l'intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov'è che si muove ora? Dov'è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all'indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? ... Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! ... Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. ...

Si racconta ancora che il folle uomo abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e qui vi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo: "Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?" (La Gaia scienza, n.125).

Per Nietzsche è chiaro che la questione seria dell'uomo è Dio, che l'indifferenza a questa questione è banalità, che la morte di Dio è un evento compiuto dall'uomo europeo, che il pericolo dei pericoli è il diffondersi delle ombre del nichilismo, che le crisi delle morali, delle chiese sono solo conseguenze inevitabili di questo evento.

D'altra parte ci sono le attese dell'Europa ed i suoi tentativi di sottrarsi alle ombre della crisi e del nulla. Forse il ´ritorno del sacro" che caratterizza i nostri giorni, considerato nella sua globalità, nasce proprio da questa crisi ed è un estremo tentativo di sfondare le barriere del nulla. Permane però una domanda intrigante: il ritorno del sacro attuale è vero superamento del nichilismo o in qualche modo ne porta ancora i segni o addirittura ne è solo nuova maschera? Esso allora sarebbe segno forte di un'attesa, ma non ancora il ritrovamento di una risposta, di un volto che appaia come il bene, il bello, il vero, l'eterno di cui ha grande nostalgia il cuore umano.

Le Chiese hanno il compito grave di essere come ´sentinelle" che vegliano anche nella notte per cogliere i passi di Dio nella storia e così non permettere che il cielo sopra il mondo si chiuda nei confini ristretti dello storico, del terrestre e del materialistico.

In questa prospettiva mi sembra molto interessante riascoltare ciò che Giovanni Paolo II aveva detto nel suo intervento al simposio dei vescovi europei organizzato nel 1982 dal Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (CCEE). Il papa, parlando del nostro continente, aveva usato delle espressioni che probabilmente non sono ancora state ascoltate e comprese nella loro profondità e provocazione: ´Le crisi dell'uomo europeo sono le crisi dell'uomo cristiano. Le crisi della cultura europea sono le crisi della cultura cristiana ... Queste prove, queste tentazioni e questo esito del dramma europeo non solo interpellano il cristianesimo e la Chiesa dal di fuori come una difficoltà o un ostacolo esterno da superare nell'opera di evangelizzazione, ma in un senso vero sono interiori al cristianesimo e alla Chiesa ... I rimedi e le soluzioni andranno cercati all'interno della Chiesa e del cristianesimo ... La Chiesa stessa deve allora auto-evangelizzarsi per rispondere alle sfide d'oggi".

Da dove ripartire come Chiese per farsi compagni di tanti fratelli del continente che forse stanno cercando in tante direzioni, ma in ultimo cercano Dio, anche quando non lo sanno?

II. LA CATTEDRA DEL CROCIFISSO
Penso si tratti di ripartire da quella cattedra ´inattesa e scandalosa" che è il Dio Crocifisso, quando si fece buio su tutta la terra e Dio giunse a gridare l'abbandono di Dio. Il Cristianesimo ha nel suo cuore una ´morte di Dio", una notte, che sono andati aldilà di ogni proclamazione culturale del nulla. Nel perché del Cristo in croce troviamo la presenza di tutti i perché dell'uomo e nella sua Risurrezione la risposta ai perché. Alla luce della Pasqua non potremmo leggere l'attuale situazione culturale europea, il suo ritorno al sacro, come una ´notte dello spirito" che però contiene già le luci di un' alba?

Come ha affermato Giovanni Paolo II, possiamo almeno intuire che i rimedi e le soluzioni della crisi europea vanno veramente cercati all'interno della Chiesa e del cristianesimo e che la prima responsabilità della Chiesa è quella dell'auto-evangelizzarsi per rispondere alle sfide d'oggi.

Mi è rimasta in cuore la prima visita che ho fatto al Lager di Dachau già diversi anni fa. Appena entrati nel campo di concentramento avevamo potuto visitare un museo dove erano documentati i crimini compiuti in quel luogo anche con foto e filmati. Appena usciti dal museo, mentre camminavamo in silenzio sulla distesa di sabbia bianca dove un tempo c'erano le baracche dei prigionieri, una ragazza che era con me mi ha chiesto improvvisamente: ´E Dio dov'era quando succedevano queste cose?". Ho continuato a camminare in silenzio, senza tentare alcun risposta. Poco tempo dopo abbiamo raggiunto la cappella del monastero in fondo al Lager, abbiamo pregato l'ora media della liturgia ed il salmo del giorno conteneva l'espressione: ´Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?". Il mio sguardo e quello della ragazza si sono incrociati. In quella domanda del Salmo, fatta sua dall'"Uomo dei dolori", intuivamo la risposta.

E' sulle orme del Cristo che anche noi possiamo imparare la via per dare un contributo ad asciugare le lacrime dell'umanità, ripercorrendo i suoi stessi passi, contenuti tutti in sintesi ed in modo culminante nel momento dell'abbandono sulla croce.

Il primo passo è avere il coraggio di seguire Gesù là, fuori le mura, fino al suo grido di abbandono, dove anche il cielo e la terra appaiono separati. Non si può stare a guardare le ferite, le mancate riconciliazioni, dal di fuori, ma occorre entrare dentro le ferite e le divisioni, per ´soffrirle" fino in fondo.

Quel Dio entrato nelle ferite, diventa Lui totale separazione e ferita. Il Cristo accoglie in sé la ferita, l'assorbe e così la blocca. Quando esplodono conflitti, normalmente, l'uno trasmette all'altro il conflitto e l'uno scarica sull'altro la responsabilità. Il Cristo in croce non ha cercato il colpevole, ma ha assunto su di sé la divisione. Il conflitto s'interrompe solo quando qualcuno non lo trasmette ad un altro, né cerca il colpevole, ma lo blocca in sé. Questo è il secondo passo per un cammino di ´riconciliazione".

Il Crocifisso che assume in sé la separazione e la ferita, diventa Lui uno spazio immenso, aperto, che è in grado di accogliere tutti, soprattutto chi porta nella vita la croce ed anche i lontani da Dio. Ogni uomo, in quanto toccato dal dolore e dal frutto del male, appartiene già al Crocifisso. Anche le persone che, nella sequela del Cristo, prendono su di sé le fratture, diventano luogo di accoglienza senza riserve e senza frontiere.

Ancora un'altra dimensione della riconciliazione emerge nella Pasqua di Gesù. La violenza, la divisione, non riescono alla fine a rubare la vita a Gesù, perché quella vita Gesù la dona per puro amore e non si può più rubare ciò che è già stato regalato. Il Cristo rivela che il senso della vita sta nel donarla. Il chicco di frumento nella spiga è una realtà bella, ma se non muore rimane solo. Se muore (dona la vita per amore) porta frutto e nasce la compagnia.

E questo amore vince anche la morte. Il Crocifisso è il lato nascosto del volto splendido del Risorto. Una morte per amore (donare tutto) non è morte, ma vita. Il perdere la bellezza e lo splendore per amore è la via per una bellezza eternizzata. Se tutti gli uomini conoscono le lacrime, pochi uomini sanno che nessuna lacrima andrà persa e che anche la morte è solo un passaggio. Questa notizia è stata affidata alla Chiesa ed essa ha la responsabilità di dirla al mondo, innanzitutto vivendo nella ´propria casa" questa realtà della presenza del Risorto tra i suoi.

III. LA VIA DEL DIALOGO
Ciò che è accaduto nella Pasqua è uno squarcio sulla vita stessa di Dio. Cristo vive così, perchè Dio vive ed è così. Dio è Amore, cioè reciproco e totale dono di sè. Il Padre è solo dono per il Figlio ed il Figlio è solo dono verso il Padre. Questo reciproco donarsi genera lo Spirito Santo, vera terza persona, vero ´bene comune", capace di garantire la diversità e libertà del Padre e del Figlio, ma insieme di realizzare la loro piena unità. La vita di Dio é continua generazione di una trascendenza, di una novità. Dio è insieme unità e diversità, libertà e solidarietà, perché è un amore trinitario dove la diversità tra il Padre ed il Figlio é vissuta totalmente come dono e da questo dono reciproco sorge una vera nuova terza realtà, lo Spirito Santo. Non più una logica monistica, statica, totalizzante, nemmeno una visione dualistica conflittuale, ma l'orizzonte trinitario: una comunione delle diversità. Il senso delle diversità è diventare un'unità, conservando e inverando la ricchezza delle diversità. Lo Spirito Santo è il dialogo realizzato.

Questa appare, quindi, la prima responsabilità dei cristiani: ritornare al vangelo come punto di partenza, prima di ogni difesa di un potere, di un'etnia, di una giurisdizione, prima anche di ogni discussione di tipo istituzionale, etico od anche ecclesiologico.

Cosa é il dia-logos
La Riconciliazione accaduta in Gesù è fonte di vita nuova ed apre una via per il nostro oggi europeo. E' la via dell'amore, la via del dia-logos. ´Dia" indica distinzione, differenza, separazione: la distinzione è necessaria per un vero dialogo, non dobbiamo aver paura delle differenze che esistono a tutti i livelli. Ma nel dia-logos le differenze non diventano conflitto: il rapporto fra loro diviene lo spazio dell'accadere del ´Logos". Il logos è un discorso nuovo, è un rapporto, ma in ultima analisi il Logos, come sostiene il prologo di Giovanni, è il Figlio stesso di Dio che è diventato carne, é lo Spirito Santo.

Allora il dia-logos è un vero evento ´ontologico", è il luogo dell'accadere della verità stessa. Ma questa verità coincide con la libertà (´la verità vi farà liberi"), così come coincide con la bellezza. Non si possono più contrapporre dialogo e verità o amore e verità o libertà e verità... perchè in Dio sono uno.

Il dia-logos introduce in una nuova forma di socialità, esigita dal momento epocale che stiamo vivendo. Proprio per non disperdere l'eredità dei nostri padri, occorre questo passo avanti e non ripetere meramente posizioni acquisite dall'Europa moderna che pur hanno svolto una funzione storica, ma ora si vanno esaurendo.

Questo dialogo "ontologico" non é il tatticismo che ha già giudicato la posizione dell'altro e sa dove lo si vuole condurre.

Non é la mera tolleranza, idealizzata dalla cultura laico, illuminista, razionale. Cosa significa "tollerare" la posizione dell'altro se la reputo vera e che amico sarei se tollerassi la posizione dell'altro ritenendola sbagliata? Il rapporto come tolleranza non affronta la questione veritativa.

Non é neppure compromesso: se per andare d'accordo devo sacrificare la mia verità ed arrivare ad un uniformismo che non salva le differenze e le libertà individuali, si segue una via violenta.

Il dialogo non é solo dare a ciascuno il suo (giustizia retributiva): anche i cannibali si accordano nel dividere la preda per non sbranarsi a vicenda!

Il dialogo é il trascendersi delle distinzioni nell'unità: l'unità é vera novità trascendente (il Risorto fra i suoi) che però non assorbe le distinzione, ma le "invera". Non cé unità senza distinzione e non c'è vera distinzione senza unità.

C'é una pagina del vangelo veramente esemplare per descrivere questo evento del dialogo veritativo: i discepoli di Emmaus. Essa può essere considerata come la sintesi più stupenda di tutto ciò che io ho cercato oggi di dire. Verso Emmaus camminano due persone che, nonostante la delusione, hanno ancora il coraggio di stare insieme. Che problema hanno? La loro interrogazione é sulla morte: lo hanno crocifisso, é finita e noi speravamo tanto. Il loro volto é triste e non hanno elementi per superare la loro tristezza. Alla fine sono dei ´disperati": avevano creduto, avevano sperato, ma ora sono disperati. Ma succede la novità: un terzo comincia a camminare con loro, commenta loro la Parola di Dio e li invita al suo banchetto. É questo terzo che fa comprendere la Scrittura, non basta essere dei bravi teologi! Quando il terzo, cioé la verità, Dio stesso, comincia a camminare con loro e fa la teologia, essi capiscono.

Lui é l'interprete capace di capire la scrittura (l'espressione greca é diermeneusen, fece l'ermeneutica). Lui invita a cena, dando se stesso in cibo. I due torneranno nella comunità e si riscopriranno chiesa. Tra loro é accaduto il dialogo, il ´dia-logos". Il ´dia" tra loro due é stato il luogo dove il Logos ha parlato. Essi hanno vissuto un'esperienza di verità e questa verità coincide con l'amore. Questo sarà anche ciò che essi racconteranno!

IV. UN'ESPERIENZA: L'ASSEMBLEA DI GRAZ.

Come ultimo punto della mia riflessione desidero concretizzare i punti che ho toccato a livello più teorico attraverso un'esperienza concreta che mi ha coinvolto in prima persona: l'assemblea ecumenica europea di Graz.

Il mio intento é cercare di comunicare qualcosa di quello che ho imparato da questa esperienza e dal processo che ne é seguito.

1. L'Europa ed il mondo sono più grandi di quello che spesso pensiamo!
* A Graz è convenuto un piccolo popolo ecumenico europeo. Era la prima occasione storica in cui tutte le chiese e tutte le nazioni d'Europa potevano essere insieme, anche grazie al crollo del muro. Ma proprio il fatto di essere molto vicini ci ha fatto scoprire quanto siamo ´lontani", cioè diversi, a livello di cultura, di storia (o di interpretazione della storia), di appartenenza etnica...

Il cammino del movimento ecumenico che in questo secolo ha visto i suoi albori ed il suo sviluppo soprattutto nell'Europa centro-occidentale e nordica, deve ora dirigersi verso le altre sponde dell'Europa e del mondo e coinvolgere altre ´diversità".

* Il cammino ecumenico guarda ad Est.

Il dialogo tra ovest ed est é certo stato il punto più appariscente, più impegnativo e più delicato dell'assemblea: questo appare il kairòs attuale dell'Europa. Grande speranza ha suscitato la notevole partecipazione da parte dei paesi dell'est (quasi la metà dei presenti: più di mille rumeni, 400 russi, 300 dell'Ucraina, 300 dell'Ungheria...). L'incontro non è stato né irenico, né meramente entusiastico e l'assemblea ha respirato realisticamente delle tensioni che oggi sono nell'aria anche a livello ecumenico.

I problemi e le polemiche presenti nei dibattiti, soprattutto in riferimento al proselitismo o al cosiddetto uniatismo o al primato, in realtà, rimandano, a mio parere, ad un malessere più profondo, cioé a quel disorientamento cruciale che esiste oggi in Europa, generato dall'incontro avvenuto in fretta in questi ultimi anni tra due storie e due culture diverse, quella dell'est e quella dell'ovest, che hanno vissuto fondamentalmente in parallelo.

La questione di fondo, mi sembra, é di tipo storico-culturale e consiste nella complessità del confronto delle Chiese con la modernità e l'attuale società pluralista.

Il mondo dell'est, specie dopo l'89, quasi improvvisamente é stato investito da questo confronto con la modernità, la democrazia, il pluralismo, importati insieme ai mercati. Ed ora sono soprattutto le Chiese di queste terre, convalescenti dopo gli ultimi lunghi decenni totalitari, che s'interrogano, alle volte con disorientamento e paura, se quella cultura ´moderna" e quella società laica e pluralista che sono cresciute in occidente siano qualcosa da accogliere come novità buona e promettente o se esse siano la madre di tutti i pericoli, davanti ai quali occorre resistere con ogni mezzo, forse anche con nuovi muri.

Cosa significa accogliere una cultura che ha sostenuto la centralità del soggetto, della ragione, della libertà e del pluralismo, se già in occidente si sperimenta la crisi proprio del valore del soggetto e troppo si vede una ragione che percorre inesorabilmente dei ´sentieri interrotti", una libertà che spesso non sa a chi affidarsi e rischia di pendere sul nulla ed un pluralismo che crea lo spaesamento?

Dietro a termini come ecumenismo, dialogo, si nascondono questi sospetti e queste paure. Mi sembra che sia questa la realtà sottesa all'espressione usata dal patriarca Alexij a Graz: ´La nozione di ´ecumenismo" nella coscienza della maggior parte dei nostri correligionari è arrivata a significare qualcosa di pericoloso e di assolutamente inacettabile".

Si é trattato di un'autentica ´lezione" per i paesi occidentali. Quanti erano venuti a Graz pensando che i temi ´caldi" dell'assemblea sarebbero stati il dibattito su delicate questioni etiche come quelle poste dall'omosessualità o dal posto della donna nella società e nella Chiesa o anche la questione del magistero nelle Chiese sono rimasti delusi. In realtà ci siamo trovati davanti ad una questione di fondo più globale e meno gestibile che rimandava al rapporto est-ovest, tra la propria identità e l'alterità, tra la dimensione nazionale e la realtà universale. Molti hanno preso coscienza che il proprio punto di vista sui problemi era ´un" punto di vista che non si poteva assolutizzare, perché ne esistevano altri veramente diversi. Abituati ad una cultura animata dalla libertà e dallo spirito democratico, nell'occidente abbiamo maturato la coscienza del rispetto delle diversità, ma a Graz è diventata visibile e incontrabile una diversità che, in fondo, non era del tutto prevista da noi occidentali. Anche questa diversità richiede un ascolto reciproco non frettoloso, per non farne un'altra occasione di incomprensioni o di scontro, ma piuttosto una ricchezza da scambiarci reciprocamente.

* Il cammino ecumenico guarda a Sud.

A Graz abbiamo constatato che anche il sud dell'Europa sta diventando protagonista del cammino ecumenico... Penso ad un incontro realizzato realizzato a Bari (Italia) dove erano presenti una quindicina di chiese dei vari paesi che si affacciano sull'Adriatico e sul Mediterraneo, come ad altre centinaia di incontri che si sono realizzati in Italia o in Spagna, Portogallo, Francia...

Sono persuaso che questo ampliamento degli orizzonti sia una delle nuove prospettive che ci stanno davanti. Esso avrà conseguenze anche per la struttura degli organismi ecumenici. Il dibattito si va infatti diffondendo ed è vivo presso il Consiglio mondiale delle Chiese di Ginevra, alla vigilia della propria assemblea generale che si terrà nel dicembre prossimo ad Harare nello Zimbabwe e ritorna sempre più in diverse chiese ortodosse, come i patriarcati di Mosca o di Serbia. La problematicità della situazione e l'esigenza di novità sono testimoniate, per esempio, dal fatto che il patriarcato della Georgia sia uscito di recente dagli organismi ecumenici.

2. ´Il dialogo del popolo"
Sto sempre più imparando che l'ecumenismo è innanzitutto una questione di vita, non di tattiche, nè di compromessi, nè di passi burocratici, nè di pura ufficialità o di mera tolleranza.

Quando mi sono trovato d'improvviso catapultato nella preparazione dell'assemblea ecumenica ho presto capito che i primi che dovevano mettersi in cammino eravamo proprio noi che avevamo la responsabilità dell'organizzazione. Anche come organismi, CCEE e KEK, non avremmo potuto proporre al continente un incontro sul tema della riconciliazione se non avessimo cercato innanzitutto fra noi un'esperienza di continua collaborazione profonda ed anche di perdono.

Potrei raccontare centinaia di aneddoti o piccole/grandi esperienze che hanno accompagnato la nostra collaborazione.

Posso accennare, per esempio, a come siamo arrivati a decidere di innalzare a Graz la grande tenda che abbiamo usato soprattutto per le splendide celebrazioni liturgiche. Probabilmente per la mia esperienza ´cattolica", quando abbiamo iniziato ad organizzare la grande assemblea, io ho subito pensato ad uno stadio o almeno ad un palazzo dello sport dove potessimo trovarci tutti insieme per pregare, ascoltare, raccontare, cantare, ma ben presto mi sono accorto che su questa idea non ero proprio compreso da tanti fratelli protestanti che invece pensavano a centinaia di sale dove le persone potessero incontrarsi, discutere, elaborare un documento... Alla fine, dopo grandi discussioni, abbiamo scelto di innalzare una grande tenda che potesse permetterci dei momenti comuni ed insieme abbiamo trovato le centinaia di sale dove si potessero realizzare gli innumerevoli incontri, gruppi, hearings, workshops, fora... Anche per queste decisioni entravano in gioco le diverse visioni ecclesiologiche!

Ricordo un dialogo che è stato particolarmente importante con un mio collaboratore. Eravamo al termine di un incontro tra CEEE e KEK che era risultato particolarmente difficile. Avevo l'impressione che avesse dominato la logica della rivalità e che i rappresentanti dei due organismi, forse inconsciamente, cercavano le vie per ottenere i massimi vantaggi ´di parte" dall'assemblea e per vincere la gara. Ho detto al mio più stretto collaboratore e amico: ´Tra di noi (CCEE e KEK), non devono esserci vincitori e vinti. Ma se dovrà esserci un perdente, vorrò essere io... dovrà essere la Chiesa cattolica!". Si trattava di entrare in un'altra logica. Da quel momento abbiamo cercato di non voler essere i vincitori!

Quando abbiamo finito l'assemblea ecumenica, la KEK, sempre a Graz, ha realizzato la sua assemblea generale, che si tiene ogni sette anni. Noi cattolici, avendo finito l'assemblea, abbiamo liberato per il loro nuovo incontro anche gli uffici che avevamo usato. Prima di partire ci é venuto spontaneo lasciare nelle varie stanze dei fiori ed anche delle bottiglie di vino che qualcuno ci aveva regalato, insieme ad uno scritto: ´Questo, per incoraggiare il vostro lavoro!". In seguito siamo andati a prendere le scatole del loro materiale ed abbiamo ordinato le loro cose. Circa due mesi dopo l'assemblea, i membri della KEK mi hanno scritto una lettera molto bella, firmata da tutti, in cui dicevano: "Non vi immaginate la gioia che abbiamo avuto e quale incoraggiamento ecumenico ci ha dato il vedere i vostri fiori e le vostre bottiglie di vino"! Era un gesto piccolo, semplice, ma di dialogo. I grandi dialoghi, come quello tra la chiesa ortodossa e la chiesa cattolica, ma anche i piccoli dialoghi tra di noi o i gesti semplici sono il luogo dove il Vangelo e la riconciliazione vanno avanti.

Conclusione
Vi racconto ancora un piccolo gesto ´ecumenico" che mi porto nel profondo del cuore. Due anni fa avevo partecipato al sinodo del valdesi, a Torre Pellice, in Piemonte, insieme al mio collega, il segretario generale della KEK, Jean Fischer. Dopo l'incontro ho invitato Jean a venire a Cuneo, la mia città natale, che si trova ad un'ottantina di chilometri di distanza, promettendogli la bellezza delle montagne, il buon vino... In realtà è piovuto per due giorni, ma Jean ha potuto conoscere la mia città, i miei amici. Alla fine mi ha ringraziato per la possibilità di aver conosciuto la mia ´grande famiglia". Insieme avevamo anche visitato mia mamma che si trovava nell'orto. Jean parlava francese e mia mamma piemontese, ma sembrava si comprendessero. Mia mamma aveva in mano una cesta di bellisssimi pomodori e li ha regalati a Jean che li ha accolti con gioia. Qualche settimana dopo, al Consiglio delle Chiese di Ginevra, ho incontrato la moglie di Jean che mi ha detto: ´Mio marito torna sempre a casa dai suoi incontri europei con del fogli di carta in più, questa volta è tornato con degli ottimi pomodori!". Si parlava dei pomodori di mia mamma al Consiglio mondiale delle Chiese ed io ho pensato che forse mia mamma aveva compiuto, senza saperlo, un gesto ecumenico più importante di tanti miei incontri! Alla fine dell'anno passato mia mamma, improvvisamente, ha lasciato questa terra. Una delle prime telefonate che mi hanno raggiunto è stata quella di Jean Fischer e qualche settimana dopo mi ha scritto una lettera molto bella ricordando il loro incontro nell'orto.

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