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  • Beatificazione di papa Giovanni XXIII
    Angelo Giuseppe Roncalli 

    Sommo Pontefice - Terziario francescano (1881-1963)
     

     

    La spiritualità
    di Papa Giovanni XXIII


    don Ezio Bolis
    Professore di Spiritualità
    nel Seminario Diocesano di Bergamo

     

    La prospettiva più adeguata per cogliere il valore della testimonianza cristiana di Papa Giovanni XXIII è quella spirituale.
    Essa delimita un ambito "altro" rispetto alla sua vita, scandita dal giorno e dalla notte, dalla giovinezza e dalla vecchiaia, dalla salute e dalla malattia, dalla compagnia e dalla solitudine, dal lavoro e dalla festa.

    Prezioso strumento per ripercorrere la sua lunga e ricca esperienza spirituale è il Giornale dell’anima (GdA), una raccolta di appunti, di quaderni, di foglietti, manoscritti o dattiloscritti, legati ad alcune occasioni particolari del suo cammino spirituale, come ritiri ed esercizi spirituali, dal 1895 al 1962.

    La sua concezione semplice ed esigente della vita cristiana si può sintetizzare intorno a tre nodi: la paziente assimilazione della Tradizione, l’intuizione dell’amore misericordioso di Gesù e l’apertura a tutti gli uomini, chiamati a vivere nell’unità e nella fraternità.

     

    1. Fedeltà creativa alla Tradizione cristiana


    L’esperienza spirituale di Papa Giovanni si alimenta con "fedeltà creativa" alle fonti della Tradizione cristiana: la Scrittura, la liturgia, l’agiografia, la devozione. La Sacra Scrittura, avvicinata soprattutto nei libri liturgici del breviario e del messale, struttura le sue giornate, lo stimola a ripensare continuamente il nucleo essenziale della fede. Già nei primi anni di sacerdozio si evidenzia un apprezzamento particolare del testo biblico, studiato e meditato assiduamente, come annota nel 1909 sul GdA. Anche la sua predicazione, accurata e mai improvvisata, prende luce dai Libri santi, dal frequente riferimento ai Padri e dalla propria esperienza. Mancano i toni enfatici dell’apologetica e il moralismo delle condanne, tanto diffusi nella retorica del tempo; vi traspare anzi un’intelligente fiducia nella storia pienamente assunta dal Verbo incarnato. Il ruolo della Bibbia nel suo vissuto spirituale si esplicita ancora meglio negli anni del patriarcato a Venezia, quando egli pone ripetutamente l’accento sulla necessità di un ritorno alla Scrittura e in ciò fa consistere uno dei principali doveri del ministero episcopale. Nella lettera pastorale del febbraio 1956, richiamando il binomio "libro e calice", evidenzia l’intimo rapporto tra la presenza di Cristo nella Parola e nel Sacramento; la costante e amorosa meditazione del Libro incendia il Calice del Signore; a sua volta, il Calice compie la Parola contenuta nel Libro.

    Questa sapiente "fedeltà creativa" appare anche a proposito della concezione di santità: alla vigilia dell’ordinazione sacerdotale, egli dichiara di non voler riprodurre statici modelli di santità, ma di assimilarne il "succo", adattandolo al proprio temperamento: «Delle virtù dei santi io devo prendere la sostanza e non gli accidenti. Io non sono S. Luigi né devo santificarmi proprio come ha fatto lui, ma come il comporta il mio essere diverso, il mio carattere, le mie differenti condizioni» (GdA, 1903). E così, se il libro dell’Imitazione di Cristo, ricevuto in eredità dal suo parroco don Rebuzzini nel 1898, è uno dei suoi riferimenti più significativi, tuttavia egli lo assimila in modo personale e selettivo; e se la lettura convenzionale ne esalta l’invito a "fuggire il mondo" per rifugiarsi in una rarefatta interiorità, Roncalli, con grande libertà interiore, vi scopre anzitutto Cristo, centro della vita cristiana. Lo stesso si potrebbe osservare per il modo di accogliere l’insegnamento dei suoi grandi maestri: san Carlo Borromeo, san Francesco di Sales, sant’Alfonso de’ Liguori, ma anche i suoi genitori, il parroco, i superiori del Seminario, i padri spirituali, il vescovo Radini Tedeschi.

    La sua "fedeltà creativa" alla Tradizione cristiana, sostenuta e favorita da una solida formazione culturale e dalla dimestichezza con la storia, si manifesta compiutamente negli anni del pontificato e sboccia nell’allocuzione "Gaudet Mater Ecclesia", con la quale Giovanni XXIII inaugura il Concilio Vaticano II. In questo splendido documento, scritto di suo pugno e lungamente meditato, trovano equilibrio straordinario l’acuta sensibilità per la ricchezza del passato e il sereno giudizio sul presente: la Chiesa, con luci e ombre, vi appare organismo vivente, giardino da coltivare; non museo da conservare. E i cristiani sono invitati a ridire il Vangelo di Gesù, affrontando con coraggio le sfide e i problemi posti dal mutare dei tempi.

     

    2. Imitazione della misericordia di Gesù Buon Pastore


    L’intera esistenza di Angelo Giuseppe Roncalli sembra attraversata da una sorta di filo rosso che le imprime un carattere particolare: Gesù mite, umile di cuore e misericordioso è sorgente a cui attingere, modello al quale conformarsi nelle parole e nelle opere di ogni giorno. La misericordia di Dio nei suoi confronti è presente fin dagli inizi e spesso evocata con animo riconoscente: «Mi ha tolto dalla campagna sin da piccino, con affetto di madre amorosa mi ha provveduto di tutto il necessario. Non avevo pane e me l’ha procurato, non avevo di che vestirmi e mi vestì, non avevo libri per studiare e pensò anche a quelli. Talora mi dimenticavo di lui ed egli mi richiamò sempre con dolcezza; mi raffreddavo nel suo affetto ed egli mi scaldò al suo seno, alla fiamma onde arde perennemente il suo cuore» (GdA, 1902). Ancora giovane, egli coglie questa misericordia all’interno della numerosa famiglia, nello stile di vita improntato alla solidarietà e alla convivenza tollerante. In seguito, anche grazie all’aiuto dei suoi direttori spirituali — don Isacchi a Bergamo e padre Pitocchi a Roma — approfondisce questa prospettiva. Di san Francesco di Sales — tra le tante cose — ammira la capacità di persuadere e convincere gli avversari con modi buoni e cortesi, senza asprezze e invettive; non approva i toni esagerati di battaglia, l’avere «sempre la sferza in mano, sempre lo spirito di Elia, pochissimo quello del s. Cuore di Gesù» (Memorie e appunti, 1919). Perfino nel bilancio steso alla fine della dura esperienza di cappellano militare, durante la prima guerra mondiale, sa cogliere i delicati segni della Grazia: «Il nostro compito sacerdotale più che di sciupare lunghe ore in continui piagnistei e recriminazioni che a nulla giovano, è di lavorare e di cogliere il bene dovunque si trovi» (Diario, 1918). Vive il proprio sacerdozio come dare la vita per i fratelli, a immagine del Buon Pastore; conserva lo stesso stile anche da vescovo, convinto che «la bontà vigilante, paziente e longanime arriva ben più in là e più rapidamente che non il rigore e il frustino» (GdA, 1955).

    D’altra parte, il servizio in Bulgaria gli insegna quanto la via della mitezza misericordiosa si saldi intimamente con quella della croce. Avverte la propria marginalità ecclesiastica e le difficoltà della missione diplomatica, ma proprio negli anni trascorsi in Oriente si fa intensa la sua unione al Crocifisso: «Parmi che tutto mi conduca a rendermi abituale questa solenne professione di amore per la santa croce […]. E su questa, e non su altra, io lo voglio seguire. L’immagine di san Francesco di Sales che mi piace ripetere con altri: "Io sono come un uccello che canta in un bosco di spine", deve essere un perenne invito per me» (GdA, 1930). Nello stesso periodo, applicando a sé le invocazioni della sequenza liturgica "Stabat Mater", confessa candidamente: «"Fac me plagis vulnerari", fin qui ci siamo; "Fac me Cruce inebriari", ancora non ci sono arrivato, ma non mi manca il desiderio e il proposito». Di fronte alla croce, fedele al motto episcopale scelto nel 1925 — "Oboedientia et pax" — egli trova la forza di resistere arrendendosi e abbandonandosi completamente alla Provvidenza. Da qui scaturisce grande libertà interore insieme a profonda pace: «Una volta che si ha rinunziato a tutto, proprio a tutto, ogni audacia diventa la cosa più semplice e più naturale del mondo» (da Sofia, 1928).

     

    3. Passione per l’unità


    Il lungo cammino spirituale porta Papa Giovanni a una straordinaria capacità di suscitare, valorizzare ed esprimere la comunione. Sostenuto dagli studi storici, in particolare dalla conoscenza approfondita di san Carlo Borromeo, il Vescovo della Riforma tridentina, impara ad apprezzare tutte le forme di azione pastorale che rendono visibile la comunione ecclesiale: sinodi, visite, relazioni, contatti di ogni tipo, formali e informali. Matura una visione aperta e articolata della realtà ecclesiale e del suo incarnarsi nelle situazioni locali; oltrepassa con sorprendente immediatezza la "superficialità" di certi giudizi e coglie la ricchezza del patrimonio spirituale dell’Oriente. L’impegno diplomatico e il ministero episcopale a Venezia sviluppano in lui una sorprendente sensibilità e una vera passione per l’unità della Chiesa, suggerendogli le vie migliori per raggiungerla. Tutto questo trova ampia e armonica concretizzazione durante gli anni del pontificato: la creazione del Segretariato per l’unità dei cristiani, l’invito a partecipare al Concilio rivolto a diversi osservatori non cattolici, l’incarico affidato al card. Bea di preparare la bozza di un documento sui rapporti tra la Chiesa e il popolo ebraico, gli incontri con personalità politiche di rilievo per favorire la pace mondiale, sono segni di una passione per l’unità perseguita con ferma volontà. Più che da un’organica riflessione teorica, essa scaturisce dal lungo e paziente confronto quotidiano con le persone "in carne e ossa", supera prospettive ancora troppo anguste, si articola come ricerca dei motivi di unione piuttosto che di divisione, utilizza quali strumenti prioritari la carità, il rispetto e la preghiera. L’unità tra i cristiani si allarga all’unità fra tutti gli uomini. In Turchia, durante gli anni tremendi del secondo conflitto mondiale, in un ambiente segnato dalla cultura laicista e da sentimenti di nazionalismi impazziti, che nulla hanno a che fare con il sano amor di patria, apprende quanto sia importante mantenere un animo aperto, capace di vedere in ogni uomo un fratello per il quale Cristo ha donato il suo sangue: «Il Salvatore morì per tutte le nazioni, senza distinzione di razza e di sangue» (GdA, 1940).

    Colpisce la singolare coerenza di temi e di stile tra le diverse fonti giovannee: appunti personali su diari e agende; migliaia di lettere, tra il 1901 e il 1963, scritte a familiari, amici, collaboratori, autorità pubbliche ed ecclesiastiche; prediche, conversazioni, discorsi. Una ricchissima documentazione in cui anche il più piccolo frammento di vita è colto, interpretato e ricollocato nell’ampio scenario della storia della salvezza. Papa Giovanni appare come un cristiano rivestito di solenne semplicità. Fedele e obiettivo, si pone in ascolto della propria coscienza, progressivamente riconosce il progetto di Dio su di sé e vi aderisce senza sconti alla logica del Vangelo. Legge successi e sconfitte alla luce della fede. Coglie la presenza divina nelle persone e negli eventi più diversi. E sa discernere il soffio dello Spirito da ogni vacuo spiffero di vento.

     


    dall'Osservatore Romano del 3 settembre 2000
     



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