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  • Beatificazione di papa Giovanni XXIII
    Angelo Giuseppe Roncalli 

    Sommo Pontefice - Terziario francescano (1881-1963)
     

     

    Il card. Roncalli patriarca di Venezia

    di Mons. Antonio Niero
    Professore nel Seminario Patriarcale di Venezia

     

    Il 15 marzo 1953, quando il card. Roncalli compì l’ingresso in Venezia come quarantatreesimo patriarca, si trovò a succedere al predecessore Carlo Agostini, defunto da poco più di due mesi, dopo tre anni di governo. Nel dinamismo operativo che lo aveva caratterizzato, dapprima per diciassette anni alla guida della diocesi di Padova e poi nel breve spazio di tempo a Venezia, aveva lasciato incompiute diverse opere. Le principali si riducevano alla Visita pastorale, al Seminario minore, al progetto del Sinodo diocesano, alla erezione di nuove parrocchie e relative chiese nelle zone foranee della diocesi.
    Il card. Roncalli con rara lungimiranza non propose ai suoi diocesani novelli programmi di governo, ignorando l’attività del predecessore; invece volle completare quello che egli non aveva potuto terminare. E così continuò la Visita pastorale iniziandola dove l’Agostini si era arrestato, in fedeltà ai severi schemi tracciati al proposito. Parimenti non bloccò la edificazione del Seminario minore a Villa Fietta alle pendici del Grappa, un progetto accolto dal clero non senza fondate riserve. Anzi nel giro di pochi mesi, nell’autunno del 1953, lo inaugurò, lasciando maturare la situazione finché tre anni dopo decise di riportarlo a Venezia, accanto al vecchio edificio del Seminario filosofico-teologico.
    Circa le nuove chiese parrocchiali, se Agostini aveva avviato la costruzione di undici sacri edifici, egli nei cinque anni di governo costituì sedici parrocchie e dieci curazie, in particolare nella zona urbana di Mestre, dove si stava svolgendo il travaso demografico da Venezia centro storico, dopo l’exploit di 160 mila abitanti nel censimento del 1951: una cifra insolita nella sua storia.
    Quanto al Sinodo, a Roncalli fu possibile radunarlo nel novembre 1957, dopo un’adeguata preparazione capillare e riuscì l’apogeo del suo piano pastorale veneziano, come bene fu definito. Fu un sinodo impostato nel suo assetto di fondo secondo i tradizionali schemi tridentini pur aperto ad alcune istanze del momento, in ispecie nel vasto campo dell’apostolato dei laici, con il riconoscimento canonico tanto delle associazioni di Azione Cattolica quanto delle nuove forme, rappresentate dagli Istituti secolari. Sul problema allora aperto se si trattasse per questi ultimi di religiosi/e in abito secolare onde collocarli nel settore "De religiosis", oppure di laici consacrati e di conseguenza doverli lasciare "extra legem", egli optò per una regolamentazione canonica del tutto originale.

    Se poi si considerano i rapporti del patriarca con il clero e con i fedeli, egli seguì un’impostazione metodologica, rivelatrice di una virtuosa bontà, condensata nel proposito di fondo della sua vita: voglio essere buono con tutti. Vero è che già il Tridentino aveva ammonito i vescovi perché verso i fedeli fossero sempre "pastores et non percussores". Ma giova avvertire che Roncalli se "percussor" non fu mai, e del resto non era consentaneo alla sua vita ascetica, se invece fu sempre "pastor", "possiamo affermare ch’egli, oltrepassando l’ideale tridentino, introdusse nella pastorale episcopale il motivo del "pater", da prospettare per il futuro dell’episcopato siffatta novella fase. Gli episodi veneziani sono innumerevoli. Di norma egli non incuteva al suo clero e al suo popolo, non dico il timore, ma neppure la doverosa riverenza, giacché nella "gravitas" bonaria del comportamento, infondeva nell’interlocutore tale e tanta confidenza da sembrare piuttosto un padre spirituale sul modello di alcuni santi da san Filippo Neri a san Francesco, a san Giovanni Bosco. O meglio fece riscoprire la "benignitas et humanitas "(cfr. Tit. 1, 11) del Salvatore. Ormai è diventata classica negli approcci con il suo clero la domanda a bruciapelo con il suo inconfondibile "Lei", segno del rispetto amabile per ciascuno: "quali parenti ha a casa sua?" Alla risposta talvolta imbarazzata del singolo sacerdote, egli aggiungeva: "questa sera dirò una parte del Rosario per i suoi cari!" Ma chi potrà scrivere compiutamente sulla sua sensibilità per le situazioni economiche dei suoi sacerdoti, in generale non floride? Egli veniva in loro aiuto con tale discrezione, con tanta finezza d’animo, che lasciava intendere ancora una volta la presenza del Padre più che del pastore. Se nella sua povertà di vita privata fu capace di aiutare il suo clero, di ben più alto profilo fu il soccorso di ordine spirituale. Si trattava di normale routine pastorale per un vescovo, come gli annuali esercizi del clero compiuti assieme a lui, e così si era comportato anche il patriarca Sarto poi papa san Pio X (1894-1903), anche il predecessore Agostini. Tra l’altro vanno ricordate le riflessioni ch’egli dettava con semplicità di eloquio e profondità di pensiero nella istruzione ascetica al ritrovo mensile del clero in cripta della basilica di San Marco. Per qualche anno egli svolse da par suo, giacché ne era specialista per motivi di personale studio, le considerazioni sul canone tridentino, informatore della rinascita del clero di allora e di sempre, nel quale si ammonivano i sacerdoti a rivelare il "divinum" nell’"habitus, gestus, incessus". Oppure, chi scrive, ricorda ad un’assemblea generale del clero diocesano, nell’incipiente autunno del 1957, le sue modulazioni spirituali sul versetto 4 del Salmo 22, quello del buon pastore per intenderci: "Virga tua et baculus tuus ipsa me consolata sunt", aprendo novelli orizzonti sulla funzione ascetica nella vita sacerdotale della "virga" e del "baculus", onde le norme disciplinari di ogni pastore, ed intendi ogni vescovo, travasate nelle leggi ecclesiastiche possono e devono tramutarsi in motivo di consolazione per ogni "clericus". Anche se la "virga", che per Roncalli non era né doveva mai essere "ferrea", creava di rado il naturale disappunto. Codesto spirito trascorre ad esempio nei canoni del citato sinodo del 1957, al di sotto della loro stesura in un curiale latino duro ed arido, a differenza del testo italiano ben più amabile, con valore esso pure ufficiale: novità quest’ultima che si riallacciava al sinodo pistoiese del De’ Ricci del 1786, ma senza intenzionalità precostituita. Meglio ancora nei discorsi al sinodo, autentici gioielli di dottrina ascetico-pastorale, con il realismo suggeritogli dalla sua consuetudine di vita diplomatica, avvertiva che se in ogni diocesi esiste ed esisterà sempre un gruppo di clero contestatore, a Venezia lo aveva trovato ben esiguo, riconducibile poco meno ad una diecina di soggetti. Nel clima generale del suo governo si inseriscono al proposito la riscoperta delle opere di san Lorenzo Giustiniani, il primo patriarca di Venezia (1433-1456), le pastorali quaresimali, in ispecie quella del 1957, sulla Sacra Scrittura nutrimento di fondo della vita cristiana, letta secondo il classico filone di scuola di virtù; la Missione popolare per la diocesi nel 1955, una formula nuova di collaborazione tra clerici e laici attuata dalla &"Pro Civitate Christiana" di don Giovanni Rossi, nonché il potenziamento della vita culturale diocesana con l’inaugurazione nel medesimo 1955 dello "Studium Cattolico Veneziano", a cui si collegherà nei successivi decenni l’attività editoriale di divulgazione della storia religiosa ed artistica diocesana. A tale scopo egli coltivò un gruppo di sacerdoti giovani e meno, preparandoli in particolare modo, con i suoi consigli e con le frequentazioni di studi superiori, anche a Parigi. Non va dimenticata la sua attenzione al mondo operaio e ai suoi problemi attraverso l’organizzazione delle Acli e le Visite pastorali al complesso industriale di Porto Marghera sull’orlo lagunare mestrino, che con oltre quarantamila maestranze operaie significava uno dei poli principali dell’industria chimica nazionale.

    Venezia nell’opinione pubblica mondiale vuol dire città d’arte e centro di cultura internazionale a dimensioni cosmopolite. A questo aspetto egli dedicò interessi particolari, onde con la prestigiosa Biennale d’arte mondiale, dopo un cinquantennio, riuscì per la prima volta ad instaurare un clima di dialogo, eliminando per il clero "utriusque ordinis" l’usuale proibizione di visitarla. Nelle finalità dialogiche con gli artisti si inserisce la valorizzazione della Basilica di San Marco. Più volte la aprì ai fedeli anche a concerti di musica sacra. In questo settore non si dimentichi la prima mondiale del "Canticum in honorem sancti Marci evangelistae", composto e diretto da I. Stravinskij il 13 settembre 1956. Per meglio adeguare il prezioso edificio alle esigenze liturgiche, condusse una dignitosa campagna nell’opinione pubblica per risolvere il problema dei plutei della quattrocentesca iconostasi, che impedivano ai fedeli di partecipare compiutamente ai sacri riti. A questo scopo egli seppe intrecciare un insieme di rispettosi rapporti con l’opinione artistica locale da addivenire alla soluzione compromissoria di far abbassare ed innalzare i plutei a seconda delle esigenze liturgiche senza compromissioni sul piano artistico.

    Un campo di lavoro pastorale per Roncalli fu la cura dei malati, dei carcerati e dei bambini. Ai primi, soprattutto se anziani, dedicava non rari incontri, nelle loro degenze presso l’ospedale civile veneziano, profittando nelle ore vespertine, più adatte a questo scopo, per incoraggiare e consolare. Ai bambini dava il meglio di sé nelle Visite pastorali o quando amministrava la cresima, in particolare con i suoi sermoncini di evangelica trasparenza. Tra di loro, se raccolti negli orfanotrofi cittadini, si rendeva presente in diverse occasioni: soprattutto per la distribuzione di doni nella ricorrenza annuale dell’Epifania. In siffatto settore egli manifestò raffinate finezze pastorali ad esempio con le visite a "Casa Famiglia", una istituzione veneziana che radunava giovani ragazze in difficoltà, o gestanti o con i propri bambini. Ad esse nei suoi discorsi ritornava frequente il motivo: voi siete buone. E destava in loro una innocente meraviglia, abituate in altri ambienti a parole di ben altro significato. In sintesi egli precorreva analoghe forme del successore al soglio patriarcale di un decennio dopo, ed è il card. Albino Luciani (1970-1978), chiamato nel soglio di Pietro come papa Giovanni Paolo I (1978). Questi a Venezia diceva di apprezzare il suo clero per l’amore e lo zelo pastorale verso i bambini, i malati e i poveri: modello, ripeteva, di ogni buon parroco veneziano, anzi di ogni parroco della santa Chiesa.

    Tralascio i suoi rapporti con il mondo politico locale. Basti aver presenti nel venticinquesimo dei Patti Lateranensi (11 febbraio 1954) un’acuta valutazione all’insegna della teologia della storia, del capo del governo italiano che ne fu protagonista, come pure il saluto al 32° congresso nazionale del Partito socialista italiano, celebrato a Venezia nel febbraio 1957, che suscitò tanto clamore su opposti fronti. In realtà si trattava di un gesto della sua abituale cortesia di pastore, impegnato a ricercare con tutti quello che unisce a preferenza di quello che divide. È stato, del resto, il suo metodo nell’incipiente ecumenismo veneziano, in ispecie verso le variegate Chiese d’Oriente, in ripresa dell’intensa attività del predecessore patriarca La Fontaine (1915-1935).

    In generale non di rado tra il clero veneziano si ripeteva di lui che, circa il suo metodo pastorale, regnava e non governava. Dato e non concesso sulla realtà di siffatta valutazione, conviene riconoscere che se il patriarca a Venezia ha regnato, il suo è stato un regno di amore e di pace caratteristico di un signore illuminato, nella cui luce la via del governo delle anime riuscì d’indubbia efficacia rispetto ad altri sistemi.


    dall'Osservatore Romano del 3 settembre 2000
     



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