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  • Beatificazione di papa Giovanni XXIII
    Angelo Giuseppe Roncalli 

    Sommo Pontefice - Terziario francescano (1881-1963)
     

     

    «Sono il vostro fratello Giuseppe»
    Giovanni XXIII nella Famiglia Francescana

    di P. Simpliciano Olgiati ofm
    Professore di Spiritualità francescana

     

    La limpida e appassionata definizione che papa Giovanni diede di se stesso la sera dell’11 ottobre 1962, che aveva visto l’apertura del Concilio Vaticano II, identifica, come meglio non si potrebbe, il rapporto, così intenso e così molteplice, che egli intrattenne con la famiglia Francescana durante tutta la sua vita. Con la forza confidente di quel suo affetto conquistatore, al chiudersi di quella "grande giornata di pace", Giovanni XXIII così faceva dono di sé a quella straordinaria assemblea del popolo di Dio: «La mia persona non conta niente: è un fratello che parla a voi, un fratello diventato Padre per volontà di nostro Signore. Ma tutt’insieme, paternita e fraternità, è grazia di Dio. Tutto, tutto». È un fratello che vi parla un fratello diventato Padre.
    Un’espressione immediata e ricorrente ogni volta che papa Giovanni si trova a parlare ad un gruppo, piccolo o grande, di francescani e ogni volta, che, nel corso di udienze generali, scorge un gruppo di frati o, tanto più, un gruppo di terziari francescani.

    Incomincia, come sempre con l’appellativo: "Diletti figli", caratteristico del Padre universale della Chiesa, e poi, quasi a provocare un moto di piacevole e familiare sorpresa, quel padre universale si rivela con le parole di Giuseppe ai suoi fratelli, venuti a cercare grano da lui, divenuto ministro e plenipotenziario del Faraone d’Egitto: "Frater vester sum". È la santa astuzia con la quale Giovanni XXIII confidenzialmente si mette tra le file del seguaci del Poverello lì presenti, quasi a ostentare il diritto di proclamarsi uno di loro, sollecitato dal desiderio di effondere una speciale parola del cuore: «Diletti figli! LasciateCi aggiungere una speciale parola del cuore a quanti qui presenti appartengono all’esercito pacifico dei Terziari laicali di S. Francesco: Ego sum Joseph frater vester. Con tenerezza amiamo dirvelo. Lo siamo da quando giovinetto, quattordicenne appena, il 1° marzo 1896, vi fummo ascritti regolarmente per il ministero del Canonico Luigi Isacchi, nostro padre spirituale, quale direttore che egli era nel Seminario di Bergamo: ed amiamo benedire il Signore per questa grazia che Ci accordò con felice sincronia coll’atto di iniziarci, giusto quell’anno e in quei mesi, alla vita ecclesiastica con la Sacra Tonsura» [DMC, vol I pag. 249-256].  

    L’attrattiva per Francesco d’Assisi era incominciata molto prima e si sarebbe via via intensificata e puntualmente riconfermata nelle varie tappe del suo itinerario esistenziale e spirituale.
    («Così lo venerammo fin dall’infanzia: e sempre la veneriamo, esaltandoci al solo echeggiare del suo nome di Poverello, che è delizia ed incoraggiamento delle anime nostre» [Alle Monache Clarisse della SS. Trinità, Venezia, 4 ottobre 1958]) ma il diritto di sentirsi legittimo fratello, egli lo rivendica da questo momento, da questo ufficiale inserimento nel pacifico esercito del Terzo Ordine.

    Un inserimento che diventa assunzione e condivisione dell’impegno proprio dei fratelli del Terzo Ordine, sempre accanto ai figli delle Quattro Famiglie, come egli evocò in un momento di gioiosa identificazione con loro: «Sono stato dieci anni nei Balcani: là c’erano i Cappuccini… in Oriente c’erano però anche i Frati Minori, c’erano i Conventuali; ma è sempre S. Francesco, vestito di nero, vestito di bigio, vestito di marrone… Dovunque ci volgiamo, troviamo questo caro Santo, il quale è il riflesso e l’immagine di N.S. Gesù Cristo… Noialtri terziari francescani cerchiamo di avvicinarci al suo spirito e vogliamo restarci…» [Discorso tenuto a Lendinara il 17 marzo 1954 e registrato dai PP. Cappuccini].

     

    La santa poesia della vita cristiana


    Quel momento costituiva il significativo riconoscimento di un incontro determinante con Francesco e la sua spiritualità, propiziato dall’infantile incantamento per il vicino convento di Baccanello e per la figura dei frati questuanti nella casa paterna. Da essi, al di là di un "esempio fascinatore" che lo pervadeva nell’animo con tanta dolcezza, gli derivò una precisa immagine di Francesco e del francescanesimo, che sarebbe stata sempre quella di un francescanesirno della semplicità, della confidente povertà e della bontà, così indimenticabilmente rievocata nel discorso alle Quattro Famiglie: «Gli occhi Nostri per altro, sino dall’infanzia, furono familiari alla visione più semplice del conventino regolare dei Frati Minori di Baccanello, che nella distesa campagna lombarda, dove eravamo nati e cresciuti, era la prima costruzione tutta religiosa che incontravamo: chiesa, modesto romitorio, campanile e, intorno intorno, umili fratelli che si spandevano fra i campi e i modesti casolari per la cerca, diffondendo quell’aria di semplicità tutta ingenua, che rendeva così simpatico S. Francesco e i figli suoi» [DMC, vol I pag. 249-256].

    Quella visione degli occhi e del cuore sarebbe durata per sempre; quel conventino sarebbe sempre stato un paese dell’anima, a cui tornare, dal "curriculum delle vie del mondo", per rivivere l’esperienza appagante di "quella innocenza, di quella mitezza, di quella santa poesia della vita cristiana". Ma più ancora, sarebbe stato un modello di vita a cui richiamarsi e ispirarsi. Quel conventino ritornerà nella memoria e nel cuore ogni volta che egli si troverà a visitare i santuari francescani, a sostare, sconfiggendo la "cattiveria dell’orologio", nei più piccoli, perchè ognuno di essi "è un piccolo cielo dove si respira aria di eternità, si respira quel francescanesirno dei Fioretti, che furono e restano pur semprc la delizia del suo spirito". Una chiara preferenza, che gli faceva leggere anche i grandi santuari francescani nella prospettiva ultima della semplicità: «Ad Assisi… ho potuto ammirare l’opera monumentale di Frate Elia. Quel gran peccato contro la umiltà e povertà di S. Francesco, ci voleva anch’esso per la gloria postuma del Serafico Padre. E bisogna perdonarlo a Frate Elia per la cui violenta devozione "lapides clamaverunt et clamant". Ciò nulla toglie della mia speciale simpatia pel piccolo convento di Baccanello… [A Padre Biagio Zanoni, Superiore del Convento di Baccanello, Sotto il Monte, 6 ottobre 1953]
    Io sono stato l’altro ieri alla Verna, e mi sono sempre più sentito incoraggiare ad amare la santa stoltezza fatuitade del Santo Poverello»[Angelo G. Roncalli - Giovanni XXIII, "Lettere dall'Ordine e altre inedite". A cura di Crispino Valenziano, Brescia, 1968, pag. 88].

    Il santo poverello che lo aveva attratto con "i funicoli della semplicità", sulla via della sequela, alla perfezione del Vangelo: "povero e ricco, umile e eccelso, somigliante a Cristo come nessun altro" [Fr. Biagio Zanoni, articolo citato, pag. 5].
    Questo continuo ritorno al paese dell'anima, al conventino dove a lui pareva finalmente di potersi chiamare confratello e non più solo fratello dei figli di Francesco, trova il suo momento esemplare nell’incantevole quadretto del nunzio apostolico A. G. Roncalli che, seduto a mensa con i frati, un venerdì, giorno in cui di consuetudine in refettorio si legge la Regola, alternandosi nella lettura e facendo passare il libro di frate in frate, prende anch’egli il libro e legge la sua parte di quella Regola, a segno di una condivisione totale.
    Le due minuscole celle, in cui si rifugiava in raccoglimento, allorché si tratteneva in convento, erano un punto di riferimento. Vi si accedeva da una minuscola scala. Più volte, salita la prima rampa dell’umile e stretta scala, in pietra arenaria ormai consumata, fermandosi alquanto sul pianerottolo, al padre che l’accompagnava, disse: «Padre, ne ho salite di scale famose e artistiche, ma la più bella e cara è sempre questa». Quella scala di consunta arenaria gli appariva come il simbolo del suo francescano "itinerarium mentis in Deum"; un racchiudersi, in povertà e semplicità, nella celletta del cuore, per immergersi con la mente nell’immensità dei misteri di Dio e per aprirsi sempre più radicalmente alle universali prospettive del suo Regno: farsi piccolo, come Francesco, povero e umile, per diventare, come Francesco, "totus catholicus et apostolicus".

     

    Il volto sempre ricercato


    Giacchè il suo francescanesimo volava così alto e cosi lontano: si confrontava con tutte le umane situazioni, politiche, sociali, culturali, culturali, etniche, là dove di volta in volta, quasi in francescana itineranza, lo inviava la Chiesa ad annunciare e a testimoniare: la Chiesa, sua passione suprema.

    Un francescanesimo che era per lui anche un persistere e affettuoso ricercare Francesco, il suo volto, i riflessi e le prescnze della sua vita e della sua spiritualità, magari trasfigurati negli splendori dell’arte, quasi a confrontarlo col volto dei Fioretti, per la delizia del cuore: «Uno dei conforti più cari all’inizio del ministero pastorale in quella mia diletta Venezia… è stato il riscontrare così vivo e familiare il culto del Santo Poverello, inciso nei marmi e più vibrante nei cuori, lassù in quell’incantesimo di natura e di arte, presso i monumenti della fastosa opulenza e dell’antica gloria della Regina dei mari. E non è piccola delizia del mio spirito di umile Terziario francescano, "ab adolescentia mea", il ricercare qualche sprazzo dei "Fioretti" sotto quel cielo e sopra quelle lagune onuste di gloria…» [SD, vol I, pag. 101].

    Era la memoria e la ricerca di quella regale povertà e di quella felice semplicità, alla quale egli continuamente voleva conformarsi, un continuo ritorno all’autenticità degli inizi. Un’autenticità che, con i suoi occhi buoni, fraterni e paterni, egli vedeva costantemente sperimentabile nei figli del Poverello, nei suoi frati semplici, nelle loro modeste abitazioni, nella loro quotidiana vita di piccolo popolo, contento solo del Signore. Soprattutto quando si stabiliva con loro una comune ansia di annunciare il regno.

    «Goditi la buona familiarità coi Frati Minori. Essi hanno lo spirito di S. Francesco, che è amore puro, umiltà e dolcezza, semplicità e pace» [LF, vol. I, n. 393], scrisse alludendo ai frati missionari di Libia. E a un gruppo di Associati del Messaggero di S. Antonio, guidati dai Minori Conventuali: «Quando la Provvidenza ci trasse sulle rive fiorite del Bosforo, potemmo avere più intima consuetudine di apostolato con i figli del Poverello di Assisi; e fummo lieti di costatare come essi, col loro buon lavoro e zelo sereno, abbiano saputo sollevare tratti di profonda simpatia in mezzo alla cristianità e anche tra i fratelli separati e i non cristiani…» [Fr. F. Mattesini, "Lettere inedite di Papa Giovanni XXIII" in «Vita e Pensiero». Rassegna italiana di cultura, Milano, a. XLVII(1964), n.1, pagg. 421-426].
    E ai frati del Patriarcato di Venezia. «Amo San Francesco e i suoi figli dalla mia fanciullezza… Mi piacciono i ricordi del suo passaggio, e le chiese e gli altari edificati in suo onore; ma mi piacciono soprattutto i suoi figli, umili, bravi, lavoratori, pacifici e lieti, intesi alle opere della pace e del bene, cooperatori validi della mia ansiosa attività pastorale su queste rive» [SD, vol. II, pag. 16].

    Ancora una volta nelle sue confidenti parole troviamo il significato ultimo di questa gioia degli incontri, che vale anche per le soste contemplative presto le Sorelle Povere, le Clarisse: «La fraternizzazione coi figli di san Francesco accompagna e addolcisce il mio spirito durante tutto l’anno» [Fr. Biagio Zanoni, in "Sant'Antonio". Bollettino mensile della Basilica Santuario di S. Antonio di Padova in Milano, a. 1959, n. 5]. È ancora una volta quest’aria di famiglia, in cui egli si ritrova padre e fratello.

     

    I cammini della cattolicità


    E che rimaneva la stessa quando dalla "fraternizzazione" nei prediletti conventini, passava, come Padre e Pastore, agli incontri con tutta la grande Famiglia francescana, quelli in cui egli definiva per tutti i Seguaci e gli amici di Francesco le chiare direttive della fedeltà al carisma, le grandi prospettive, i grandi cammini della cattolicità e diceva immaginosamente: «La grande, immensa, variopinta Famiglia Francescana è come una nave meravigliosa che solca l’Oceano»[AAS, vol. LI(1959), pag. 307-313]. E, infatti, il suo diventava un colloquiare coinvolgente, un dichiararsi fratello, una condivisione di ideali e di esperienze; con la confidente tenerezza degli incontri nelle fraternità piccole: per lui, quei momenti delle grandi comunicazioni, erano come la somma di tutte le passate csperienze nella fraternita dei frati semplici e buoni, solerti evangelizzatori, che aveva incontrato per il mondo, ritratti di "Francesco vestito di nero. vestito di bigio, vestito di marrone…"

    Ma era anche, certamente, qualcosa di più. Era la condivisione di intime ed essenziali esperienze sue: di lui, francescano nel cuore e nella vita; di lui che della poverta aveva fatto un ideale, così coerente del resto con le sue origini, in letizia e semplicità; di lui che diceva: «Desidero che il Signore mi trovi povero e nullatenente come sono in realtà» e che, nei confronti del danaro (il quale "lascia sempre una sottile vena di desiderio"), un più che francescano rigore, in una più che francescana libertà; di lui che aveva scoperto il mistero della croce come chiave di tutta l’esperienza di Francesco («Soprattutto mi piace la croce»; «Tutta la vita di Francesco è un intensissimo riflesso della Passione del Signore» [DMC, vol. V, pagg. 413-417]); di lui, che vedeva nella via di Francesco, dei suoi frati semplici e dai suoi terziari sparsi per il mondo, dotati di essenziali virtù di difesa e di conquista, la via di una Chiesa sempre nuova, per il mondo sempre da rinnovare.

    La passione con la quale papa Giovanni si offriva come fratello a tutti i figli di Francesco era, dunque, una richiesta e una offerta di autenticità. E quando disse a tutti gli uomini del mondo: Sono vostro fratello, in quella notte prodigiosa, lo disse quasi a sintesi di un cammino che di Francesco aveva intuito e imitato tutto; lo disse, come colui che restituva a Dio la fraternità da lui donata, poichè a Dio tutto e sempre va restituito, nel più schietto spirito della minorità («la mia persona non conta nulla»).

    Restituiva il dono della fraternità a Dio e alla sua Chiesa, con la voce del suo cuore e del suo alto magistero e, soprattutto, con l’autenticità della sua vita. Per lui, dunque, prima che per ogni altro, possiamo ripensare quel suo inno di lode a Dio: «Che mistero! Che mistero, questo Francescanesimo di derivazione schietta e pura» [SD., vol. III, pagg. 531-535].

     


    dall'Osservatore Romano del 3 settembre 2000
     



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