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  • Beatificazione di papa Giovanni XXIII
    Angelo Giuseppe Roncalli 

    Sommo Pontefice - Terziario francescano (1881-1963)
     

     

    La dimensione pastorale della dottrina
    Giovanni XXIII
    e la Pontificia Università Lateranense


    S.E. Mons. Angelo Scola
    Vescovo Emerito di Grosseto
    Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense

     

    «L’occupazione prevalente dello studio universitario delle Scuole ecclesiastiche consiste nella ricerca e nell’illustrazione della scienza divina…
    non a semplice contemplazione della verità religiosa…
    ma anche a deduzione di indirizzi pratici per l’apostolato delle anime che resta sempre il supremo ideale di ogni ecclesiastico che si rispetti…».
    Con queste parole Giovanni XXIII si rivolgeva alle componenti accademiche dell’Ateneo Lateranense il 27 novembre 1958, all’indomani della presa di possesso della Cattedra.

    Trent’anni prima, il 26 marzo 1925, concludendo la quarta del ciclo di "Conferenze pubbliche del Laterano", Mons. Angelo Roncalli, appena nominato Delegato in Bulgaria e consacrato vescovo di Areopoli, aveva già espresso questa sua concezione in merito agli studi ecclesiastici. Il tema scelto dal giovane professore — l’evangelizzazione del mondo nel pensiero dei Padri della Chiesa — l’aveva portato a terminare la sua riflessione con una celebre affermazione del Crisostomo: "Voi sarete responsabili anche della salvezza del mondo".

    Fin da quando fu studente al Laterano, presso l’antica sede dell’Apollinare, Papa Giovanni ebbe l’opportunità di essere educato in un clima spirituale e formativo che riconosceva nella "cura animarum" lo scopo ultimo di ogni approfondimento teologico della rivelazione. Non a caso, infatti, nel "Giornale dell’anima" si legge: «dotto io devo essere, ma come san Francesco di Sales». Teologia e santità sono per lui indisgiungibili, come si evince da un’altra sua celebre espressione: «venerazione del Libro ed adorazione del Calice».

    Presso l’Ateneo Lateranense il giovane seminarista conseguì il Baccalaureato (25 giugno 1901), la Licenza (25 giugno 1903) e il Dottorato in Sacra Teologia (13 luglio 1904), non potendo concludere gli studi di Diritto Canonico per la sopraggiunta nomina a segretario del Vescovo di Bergamo, S.E. Mons. Radini Tedeschi.

    Nel novembre del 1924 Roncalli ritorna in Laterano, questa volta come docente di Patrologia e Sacra Eloquenza — materia che aveva già insegnato nel Seminario di Bergamo — in sostituzione del professor Leopoldo Capitani. In tale veste — fino al febbraio 1925 — tiene quindici lezioni, la cui memoria rimarrà vivamente impressa nella mente del Pontefice. Sarà il Papa stesso, infatti, a farne menzione nella citata visita al Laterano: «Quelle quindici lezioni, dai Padri Apostolici a San Cipriano, ci interessarono così vivamente, da rappresentare, a distanza di trentatré anni, motivo di umile ma sincera esaltazione. Non sappiamo a che cosa il Nostro successo fosse dovuto: ma rammentiamo bene la festa e gli applausi con cui i Nostri cari alunni di quel tempo accompagnarono e sottolinearono ogni lezione, e la sorpresa al chiudersi inatteso di quell’insegnamento per Noi allora così spontaneo, ordinato e facile». Sulla scorta dello studio dei Santi Padri, papa Giovanni rintraccia la radice ultima dello studio teologico nella passione missionaria della Chiesa.

    Evitando perniciosi dualismi tra "cura animarum" e "intellectus fidei", l’esperienza vissuta dal Roncalli — sia come discente che come docente — testimonia l’efficacia di una proposta educativa attenta all’integralità del soggetto cristiano e tesa ad evitare ogni frammentazione dell’oggetto del sapere, pur rispettandone le necessarie articolazioni.

    A meno di un anno dalla visita alla sede di Piazza San Giovanni, destò una certa sorpresa negli ambienti accademici la decisione presa dal Papa col motu proprio "Cum inde", il 17 maggio 1959, di conferire al Pontificio Ateneo Lateranense il titolo di "Universitas", fino ad allora riservato solo alla Università Gregoriana. Gli studiosi hanno messo in rilievo come questo gesto non possa essere spiegato semplicemente come un segno del personale affetto del Pontefice per la sua "Alma Mater". Ben al di là della riconoscenza nutrita da Papa Giovanni nei confronti della Lateranense e delle numerose sollecitazioni da parte di cardinali e vescovi ex-alunni, il conferimento del titolo di "Universitas" dipese dalla piena corrispondenza tra l’attività svolta in Laterano e la normativa della costituzione apostolica "Deus Scientiarum Dominus". Essa si inserisce, inoltre, nell’azione di promozione delle realtà accademiche romane dovuta alla particolare cura di Giovanni XXIII per la diocesi di Roma. Lo conferma il fatto che anche l’"Ateneo Urbaniano" (1 ottobre 1962) e l’"Angelicum" (7 marzo 1963) furono insigniti del medesimo titolo. La scelta del Pontefice dipese quindi da un insieme di motivi di ordine personale, diocesano e accademico.

    Un filo rosso attraversa le tappe del lungo rapporto tra Papa Roncalli e la Pontificia Università Lateranense, prima come studente, poi come docente ed infine come pontefice: il carattere "pastorale" della ricerca, dell’insegnamento e dello studio proprio delle Scuole ecclesiastiche. Questo elemento sta certamente alla base di quella "dimensione pastorale della dottrina" che marcò fin dall’inizio l’orientamento impresso da papa Giovanni XXIII al Concilio Vaticano II. Dalla costituzione apostolica "Humanae salutis" - il cui titolo è già significativo - al "Radiomessaggio a tutti i fedeli ad un mese dal Concilio", non c’è intervento del Papa che non sottolinei la necessità che la Chiesa risponda con sempre maggiore fedeltà a questa sua vocazione pastorale. Soprattutto il discorso d’apertura del Concilio — la celebre allocuzione "Gaudet Mater Ecclesia" — segna ad un tempo il punto di arrivo e il punto di partenza di una rinnovata autocoscienza pastorale della Chiesa. Senza cedere a letture eccessivamente enfatiche non è possibile dubitare dell’importanza oggettiva che l’allocuzione "Gaudet Mater Ecclesia" ebbe per tutti i lavori conciliari. Aprì la strada travagliata e feconda del superamento di ogni falsa opposizione tra dottrina e pastorale. In essa si legge: «è necessario che questa dottrina certa e immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo. Altra cosa è infatti il deposito stesso della fede, vale a dire le verità contenute nella nostra dottrina, e altra cosa è la forma con cui quelle vengono enunciate, conservando ad esse tuttavia lo stesso senso e la stressa portata (…) e si dovrà ricorrere ad un modo di presentare le cose che più corrisponda al magistero, il cui carattere è preminentemente pastorale». Sottolineare la dimensione pastorale della dottrina cristiana vuol dire affermare l’intrinseco legame della Verità con la libertà dell’uomo.

    La verità, così testimoniata, è salvifica ed in forza di questa sua natura salvifica impone di discernere l’errore con misericordia verso l’errante. La "Gaudet Mater Ecclesia" documenta come solo su una simile concezione del rapporto verità-libertà si possano adeguatamente fondare la dignità della persona e l’unità della famiglia umana.

    Questa sensibilità ha trovato un’espressione, in un certo senso paradigmatica, nella Costituzione pastorale "Gaudium et spes".
    Non potendo entrare qui nelle delicate questioni riguardanti il linguaggio adeguato ad esprimere l’indole pastorale degli studi ecclesiastici, la natura pastorale della dottrina (con particolare riferimento ai pronunciamenti magisteriali) e, soprattutto, nel complesso rapporto tra Gesù Cristo Verità assoluta e la libertà drammatica di ogni persona, possiamo limitarci a richiamare il significato elementare e primario della dimensione pastorale, quello che lo identifica con la "cura animarum". È sufficiente per affermare che alla sensibilità pastorale che caratterizzò il ministero ed il magistero di Giovanni XXIII e che lo spinse a convocare un Concilio capace di parlare di Gesù Cristo a tutti gli uomini del suo tempo, non è estranea la "componente lateranense" della sua formazione e del suo percorso cristiano e sacerdotale.

    «L'unità creativa e dinamica tra fede e "intellectus fidei"», richiamata da Giovanni Paolo II nella Sua recente visita all’Università Lateranense, è capace di generare santità. La beatificazione di Giovanni XXIII, pertanto, rappresenta per tutta la "communitas docentium et studentium" la comunità accademica un forte invito a dedicarsi, con rinnovato vigore, al suo affascinante e gravoso compito educativo.

     


    dall'Osservatore Romano del 3 settembre 2000
     



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