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  • Accanto ai piccoli
    e ai poveri
    con il "Vangelo
    della carità"

    fr. Giuseppe Buffon ofm

    "Un catechista inviato in quella parte a predicare, strada facendo s'abbatte per caso in un dotto ed onesto Laureato, il quale accompagnatosi per via con lui, domandogli chi era e donde venisse, ed a qual fine si fosse recato in quella parte. Allora il catechista, cogliendo, come suol dirsi, la palla al balzo, dopo d'avergli detto d'onde era, cominciò a parlargli della religione cristiana, e con molti argomenti provogli, che questa era l'unica vera, e quindi false tutte le altre, non eccettuate quelle di Confucio e di Budda, che egli professava, tanto che il Laureato non sapendo che rispondere, rimase alquanto indubbio delle falsità delle sue, e veracità della nostra Religione. Prima di separarsi il catechista offrigli un libro di controversia, pregandolo a volerlo leggere e meditare, che ivi troverebbe la risposta ad ogni obbiezione, e scioglimento ad ogni dubbio. Il Laureato, che amava la verità, e non era sì superbo, come tanti suoi pari, ritornato a casa, posatamente lesse, e rilesse quel libro, ne pesò le ragioni, che lo convinsero, e persuasero delle falsità delle sua setta, e verità di nostra religione. Per lo che andò a ritrovare il catechista per essere meglio istruito su quel che doveva fare per entrare in religione".

    Così scriveva il francescano Mons. Gregorio Grassi, uno dei numerosi martiri in Cina che Giovanni Paolo II si appresta ad indicare alla Chiesa come esempi di carità pastorale. L'episodio, una tra le tante storie di conversione, è emblematico per quanto riguarda l'attività dei missionari, impegnati principalmente nell'opera di evangelizzazione.

    Se l'annuncio del Vangelo occupava la prima posizione nell'agenda dei missionari, ampio spazio veniva concesso anche alla cosiddetta "testimonianza della carità". Una delle maggiori preoccupazioni manifestate dai francescani in alcune lettere scritte al ministro generale verso la fine del XIX secolo era quella riguardante lo stato morale del corpo sociale; e a questo livello uno degli obiettivi consisteva, ad esempio, nell'arginare al più presto il dissesto sociale causato dall'uso dell'oppio, specie tra i membri dei ceti popolari.

    L'altra grande preoccupazione dei missionari era l'educazione dei giovani e il soccorso ai malati. Così si era scritto a proposito della cura degli esposti. "A Tung-Eul-ko, villaggio cristiano, ove io passai qualche mese nell'anno scorso, vi è un orfanotrofio femminile sotto la direzione delle Terziarie cinesi. Or bene in questo orfanotrofio ogni anno vengono portate più di settecento bambine senza contare quelle che muoiono dopo aver ricevuto il battesimo, prima ancora che si fosse potuto portarle all'asilo. Debbo aggiungere che alla distanza di 50 Km a Ke-lea-Kou vi è un altro orfanotrofio misto sotto la direzione del P. Ugolino da Doullens. Un altro orfanotrofio (alla medesima distanza) si trovava a Tai-iuen-foo accanto alla residenza episcopale. Nei due stabilimenti le bambine sono affidate alla cura delle Terziarie cinesi chiamate comunemente le Vergini".

    Tra parentesi va ricordato che questa "chiesa della carità" cinese era essenzialmente laicale. E i francescani, avendo nella loro tradizione una proposta efficace di santità laicale come il Terz'Ordine, erano stati facilitati nell'allestimento di questa componente, essenziale non solo per l'ambito dell'evangelizzazione, ma anche come componente imprescindibile della stessa realtà ecclesiale. Spesso i missionari ricordavano l'importanza e la vastità dell'opera prestata dai laici: "Il nostro Terz'Ordine fa qui mirabili progressi: vi si ascrivono paesi interi".

    Ma per tornare alla questione degli "esposti", bisogna dire che i missionari non si accontentavano solo di constatare il dissesto sociale, o peggio ancora di apostrofarlo con epiteti di condanna; come già si è visto per quanto riguardava i danni provocati dall'uso dell'oppio, anche per questo secondo problema, degli abbandoni, non mancarono tentativi di analisi delle cause. "Qui alcuni si meraviglieranno come mai in sì piccolo distretto si trovino così tanti bambini abbandonati dai genitori. Sono molte le cagioni di questo abbandono, delle quali alcune sono comuni a tutta la Cina. In questo paese la popolazione si è estremamente moltiplicata; di più, in seguito alla siccità o alle inondazioni, spesso la fame, la più orribile s'impadroneggi d'intere province e lascia gran parte degli abitanti nella miseria per molti anni. Inqueste critiche circostanze molti genitori si sbarazzano de' loro nati per non vedersi obbligati a dividere con essi i meschini mezzi d'esistenza che loro restano. Altri genitori poi, senza essere estremamente poveri si danno a questo crudele mestiere. E qui da sapere che i locali non considerano l'infanticidio come un delitto; hanno preso una certa familiarità con questo atto contro natura. Molti di essi ammettono la metempsicosi e credono che uccidendo il bambino non faranno altro che prolungargli il soggiorno in questa terra; qualche mese più tardi di là egli tornerà in questo mondo. È certo, qualche volta la superstiziosa religione di questi popoli sacrifica molte innocenti creature". Lo stesso governo cinese aveva emanato molte leggi contro l'infanticidio, riconoscendolo una piaga sociale, ma esse venivano puntualmente disattese. In modo analogo, d'altra parte, era accaduto con le norme contro la coltivazione dell'oppio. Evidentemente le leggi non erano sufficienti, era necessaria l'educazione della coscienza. Gli orfanotrofi sarebbero serviti innanzitutto come misura di prima istanza, per impedire la morte dei neonati, e nel lungo periodo avrebbero garantito, assieme alla scuole un lento risanamento della cultura, nella linea stessa, è bene ripeterlo, perseguita dal governo centrale, mediante la messa appunto di adeguate misure legislative.

    L'istituzione degli orfanotrofi aveva incontrato però all'inizio diversi ostacoli dovuti ai pregiudizi che circolavano tra la popolazione; davanti ad una realtà sconosciuta l'immaginario si popola molto spesso di fantasmi. Solo i fatti riuscirono nel difficile compito di solvente della diffidenza popolare: "dopo alcuni anni, videro sortire dal nostro orfanotrofio giovinette piene di vita, istruite nelle cose domestiche, divenute già brave massaie di casa, i loro pregiudizi man mano sono andanti cadendo. Molti pagani mandano ora essi stessi al nostro orfanotrofio i (propri) figli".

    Sarebbe troppo lungo, in questa sede, continuare a descrivere gli altri servizi sociali resi dai francescani in Cina: scuole, ospedali, seminari; i contributi da essi apportati alla stessa cultura nazionale, come ad esempio quello della grammatica cinese ad opera di Mons. Eligio Cosi, per lunghi anni direttore di un seminario così detto indigeno, che inventò anche un metodo di scrittura, tentando di ridurre ad un alfabeto di 32 segni grafici le migliaia di caratteri cinesi. Un aspetto finale può essere ancora interessante ricordare: la dimensione prettamente religiosa dei missionari francescani in Cina, a cui teneva in modo particolare il ministro generale, Bernardino da Portogruaro (1869-1889): "Di più vi esortiamo tutti vivamente alla quotidiana pratica della carità fraterna, affinché tutti siate veramente discepoli di Cristo, che ha detto: da questo conosceranno tutti, che siete miei discepoli, se avrete amore l'uno per l'altro; e secondo l'ammonizione data dal nostro Serafico Padre S. Francesco.., dovendo ognuno di noi avere verso il fratello un amore più che materno".

    Ad una rinuncia ai mezzi di potere per far spazio alla sola forza del Vangelo appellava tutto quel filone della tradizione francescana che si rifaceva alla pratica della povertà. In altri termini, un francescano, secondo i documenti emanati dall'ordine specie nel secondo Ottocento, doveva conservare una posizione di rigida apoliticità. Era forse per questo che la Sede Apostolica, volendo svincolare le missioni in Cina dal protettorato francese, aveva scelto proprio un francescano, Mons. L. C. Spelta, nominato, il 21 gennaio 1850, visitatore apostolico delle missioni e, il 2 febbraio seguente, legato pontificio presso l'Imperatore Xianfeng (1841-1861), con l'incarico di "stipulare con il governo cinese una convenzione, che tutelasse l'avvenire dei cattolici". Pur adempiuta solo in parte, la linea diplomatica iniziata dalla Sede Apostolica con Mons. Spelta sarebbe rimasta tale fino al raggiungimento del pieno successo, conseguito solo alla fine del secolo XIX. I francescani, in genere diffidenti verso i nazionalismi, specie quello francese (Mons. Carlassarre né aveva fatto le spese), continuarono a rimanere attaccati alle posizioni del loro confratello, Mons. Spelta. Uno di loro scriveva a questo proposito "Io penso che si dovrebbe far capire all'Imperatore, che egli dovrebbe ammettere a Pechino, o almeno a Cantone, un legato del Papa; allora gli affari della nostra religione non lo turberebbero, e nulla avrebbe a temere sia per la sua famiglia sia per l'Impero".

    Sembra utile riproporre in chiusura quanto Bernardino da Portogruaro raccomandava ai suoi missionari proprio riguardo al tema del martirio: "...abbiamo il dovere e, in pari tempo sentiamo il bisogno di meritatamente commendare quella via di abnegazione, di sacrificio e di vero zelo per la gloria di Dio e per la salute delle anime, che tanto onora l'esercizio del vostro apostolico ministero di codeste difficili e così importanti missioni.. Ed invero, a non parlare degli antichi trionfi riportati nelle passate età per tanti martiri d'ogni sorta sofferti da vostri fratelli.. Noi siamo lieti di poterci santamente gloriare in Gesù Cristo anche di voi, ai quali, se mancò l'occasione, non manca certo la volontà ed il merito del martirio, dappoiché allo spargimento non impetrato del sangue sostituite un martirio incruento, ma quotidiano di stenti, di fatiche, di desolanti angustie...".


    dall'Osservatore Romano del 1 ottobre 2000



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