mingen
Curia generalis OFM, Roma - comgen@ofm.org - Tel: +39-0668491365 Fax: +39-0668491364 - (22.05.2013 23:16:21)


  english English

  italiano Italiano

  espanol Español

right side logo

24.06.2007 @ 23:07

Bicentenerio della canonizazione di San Benedetto il Moro

Bicentenerio della canonizazione di San Benedetto il Moro
(Palermo 24 giugno 2007) Fr. José Rodríguez Carballo, ofm - Ministro generale
Carissimi Fratelli e Sorelle, il Signore vi dia pace e vi ricolmi della sua gioia!

Si concludono oggi, con questa solenne Eucaristia, le celebrazioni promosse dalla Provincia siciliana dei Frati Minori per ricordare il II Centenario della canonizzazione del nostro s. Benedetto il Moro, figlio di questa stessa Provincia, inclito Patrono di Palermo e vigile presenza in questo convento di S. Maria di Gesù.

Nel corso di oltre un anno, è stato ricordato, con opportune manifestazioni, l’evento compiutosi a Roma, nella basilica papale di S. Pietro in Vaticano il 24 maggio 1807, allorché il Sommo Pontefice Pio VII, nell’ottavo anno del suo tormentato pontificato (1800-1823) e nell’unica cerimonia di canonizzazione da lui compiuta, proponeva alla venerazione della Chiesa universale BENEDETTO DA SAN FRATELLO o IL MORO, esemplare figlio del Poverello d’Assisi, attribuendogli il titolo e gli onori dei “santi”.

In quella stessa circostanza, il Papa dichiarava “santi”, altri tre insigni francescani, e cioè: Coletta di Corbie, riformatrice del II Ordine di S. Francesco, la viterbese Giacinta de Marescotti e la Fondatrice delle “Orsoline”, la terziaria Angela Merici.

Dalla cronaca sappiamo poi che il rito si svolse nella basilica vaticana “splendidamente ornata” e che a perorare la canonizzazione fu il Cardinale Innico Caracciolo, discendente del quinto beato canonizzato in quel giorno, 1′abruzzese Francesco Caracciolo, Fondatore dei Chierici Regolari Minori.

Ognuno di questi Santi, e in particolare il nostro san Benedetto, continua a parlarci con l’eloquenza della sua storia e del suo operare in Dio, proiettando luce sul nostro cammino e speranza per il futuro della storia.

Sono perciò vivamente grato al Ministro provinciale, Fr. Carmelo Finocchiaro, al Guardiano di S. Maria di Gesù, Fr. Fernando Trupia, e ai singoli Membri del Comitato organizzatore delle celebrazioni centenarie, per avermi invitato a conchiudere il bicentenario della canonizzazione di San Benedetto il Moro. Saluto tutti i presenti, lieto di fare, con ciascuno di voi, quasi un consuntivo dell’anno trascorso e proiettarci verso un futuro di rinnovato impegno nel seguire le orme dei nostri Santi.

1. San Benedetto da San Fratello: la sua identità

Una domanda nasce spontanea nella mente e nel cuore di ciascuno di noi: chi è stato e che cosa ha fatto Benedetto, che qui è vissuto e qui è morto il 4 aprile 1589, per essere ancora ricordato da noi e proposto ad esempio per le future generazioni?

Benedetto Manassari detto “il Moro”, nato a San Fratello in provincia di Messina nel 1526, e divenuto Frate Minore nel 1562, è un semplice che si è lasciato conquistare da Dio e al quale sono stati rivelati i misteri del Regno celeste.

L’umile figlio di S. Francesco non fu, infatti, né un letterato né un discendente da antica e nobile casata. Egli, invece, era figlio di poveri “schiavi negri” portati in Sicilia dall’Africa, a servizio di un ricco proprietario di San Fratello. Entrato a ventun anno tra gli Eremiti fondati dal terziario francescano Girolamo Lanza, tra i quali svolse anche con comune edificazione l’ufficiò di superiore, ne uscì dopo la soppressione dell’associazione decretata dal Papa Pio IV nel 1562, entrando tra i Frati Minori di questo convento fortunato, fondato dal Beato Matteo d’Agrigento.

Qui, a S. Maria di Gesù, o nel convento di Sant’Anna a Giuliana, egli svolse in prevalenza l’ufficio di cuoco. E’ vero che nel triennio 1578/1581 fu superiore in questo convento e anche maestro dei novizi. Ma dal 1582 e fino al giorno del beato transito, egli tornò ad occuparsi della cucina, con lo stesso cuore di una mamma per i suoi figli.

Un’ esistenza, dunque, quella di Benedetto, vissuta nell’umile quotidianità, ma con straordinaria intensità davanti a Dio, in un progressivo affondare nella vita della Trinità Santissima, attraverso una unione sempre più assorbente e travolgente con il Figlio di Dio fattosi uomo per noi ed unico suo amore.

Proprio tale esistenza, apparentemente povera, priva di interessi esaltanti, ma completamente pervasa dall’amore per il Signore, ci dice che possiamo vivere la gioia di un incontro con Colui che dà pienezza alla nostra vita.

Chiamati oggi a celebrare le meraviglie operate dal Signore nella vita di San Benedetto il Moro, come ha fatto con Giovanni Battista e con tutti i santi, siamo anche impegnati a vivere nel presente l’esperienza di questo fratello, lontano da noi nel tempo, ma vicino per l’attualità del suo messaggio ispirato dallo Spirito che rivela ai semplici e ai piccoli i misteri del Regno di Dio.

2. Il povero che accoglie con amore la volontà di Dio

In San Benedetto da san Fratello è esaltato un figlio di questa terra e un discepolo del Poverello d’Assisi.

Egli non si è imposto all’attenzione del mondo perché è stato capace di una qualche straordinaria realizzazione sociale o economica, o per le sue grandi doti intellettuali, ma perché ha amato senza riserve il Signore e perché del suo Vangelo è divenuto una pura trasparenza, una convincente e attraente testimonianza. In una parola: perché si è fatto povero.

La povertà, infatti, rende l’uomo capace di accogliere con cuore disponibile la volontà di Dio, rendendolo libero da tutti i legami con le cose e le ambizioni umane. E’ questa la sorprendente saggezza dei semplici che sconcerta gli uomini colti e che fa esclamare a S. Francesco “Mio Dio e mio tutto” o che fa dire a Teresa di Gesù: “Niente ti turbi, niente ti sgomenti, tutto passa, solo Dio ti basta”!

L’umile francescano di Sicilia ci invita oggi, al termine delle grandi celebrazioni per il bicentenario della sua canonizzazione e mentre l’Ordine dei Frati Minori si prepara a celebrare gli otto secoli della sua origine, ad affidarci perdutamente a Dio, dicendoGli, come hanno fatto i santi, il nostro “Si” incondizionato, in modo tale da poter continuare ad essere vangelo vivente “per nutrire, mediante l’offerta liberante del Vangelo, il nostro mondo diviso, disuguale, affamato di senso, così come fecero nel loro tempo Francesco e Chiara d’Assisi” (II Signore ti dia pace, n.2) e la schiera innumerevole dei nostri Santi.

3. Il povero che semina misericordia

San Benedetto il Moro non fu un solitario, sebbene avesse scelto all’inizio del suo cammino di perfezione la vita eremitica alla scuola di Girolamo Lanza. Non andò al Signore da solo, non lo incontrò facendo a meno degli altri.

Anche in questo, il nostro Santo ci dà un insegnamento di straordinaria attualità.

La più alta vocazione dell’uomo è di “entrare in comunione con Dio e con gli altri uomini suoi fratelli” (Vita fraterna in comunità, n. 9). E per noi Frati Minori la vita fraterna in comunità rappresenta uno degli elementi essenziali della nostra forma di vita. Vivere per gli altri, in un dono fiducioso per la vita dei fratelli: fu questo il “programma” di san Benedetto. Seguendo l’esempio del Maestro divino “venuto non per essere servito, ma per servire e dare la sua vita per gli altri” (cf Mt 20, 28), egli nutrì di misericordia l’intera sua vita: rendendosi dono di speranza per quanti l’avvicinavano, attingendo dal suo cuore parole di vita, e rispondendo al profondo bisogno di Dio bruciante nel cuore degli uomini del suo difficile tempo.

Dotato da Dio di doni straordinari, non tenne per sé il dono di Dio, ma lo condivise con gioia con quanti ricorrevano a lui in cerca di pace e di fiducia nella vita. Sacerdoti e teologi, e lo stesso viceré di Sicilia, si avvalsero del dono del consiglio e della sapienza che gli consentiva di scrutare i disegni di Dio.

Viviamo in un mondo diviso e frammentato, e insieme assetato di comunione e di fraternità. San Benedetto il Moro ci insegna che questa è l’ora della comunione fraterna e della condivisione. Lo ripete a noi Frati Minori, lo grida ad ogni uomo assetato di giustizia e di libertà, per il futuro di una nuova umanità rigenerata dalla forza dell’amore.

4. I Santi portatori di luce

Lo ha affermato Benedetto XVI nella sua lettera enciclica Deus caritas est: “I Santi sono veri portatori di luce all’interno della storia”(n.40).

Benedetto da San Fratello appartiene a questa schiera immensa di “benefattori dell’umanità“, che ha segnato la storia non solo della Sicilia e della Famiglia Francescana lungo i quattro secoli circa che ci separano dal suo transito. Una storia che non sempre conosciamo e che, molte volte, non riusciamo a raccontare e a trasmettere. Una storia, quella che ha scritto con la sua eroica testimonianza di vita il nostro Santo, e che ce lo rende veramente vicino.

In San Benedetto da San Fratello abbiamo la convincente dimostrazione di come un vero apostolo sia capace di calarsi nel particolare contesto sociale della sua gente, rivestendo di forme adeguate alla cultura e alla mentalità del suo tempo l’eterno Vangelo della carità e della pace.

La vita del nostro santo fu essenzialmente contemplativa e perciò totalmente consacrata al bene del prossimo. Il contemplativo, infatti, è sempre molto vicino e molto unito ad ogni uomo che soffre. Nel cuore di ogni contemplativo è sempre presente il mistero della Chiesa “sacramento universale di salvezza”. E’ presente l’uomo creato a immagine di Dio e redento da Cristo. E’ presente, in una parola, il mondo che geme e che spera.

Parlando alla folla raccolta per l’Angelus in piazza S. Pietro, il 2 ottobre 1994, il Servo di Dio Giovanni Paolo II affermò con forza che “il consacrato è per antonomasia il fratello universale, su cui gli altri fratelli sanno di poter contare, trovando ascolto ed accoglienza e condivisione”.

Sono pertanto convinto che, anche a distanza di circa quattro secoli dalla sua morte, Benedetto il Moro, l’amico dei poveri e il testimone fedele del Vangelo delle Beatitudini, abbia ancora una parola da dire ai consacrati, e in particolare a noi Frati Minori suoi fratelli, ai Pastori della Chiesa, ai giovani, agli oppressi e a quanti, nella Chiesa o nella Società, sono chiamati oggi a testimoniare con la vita il Vangelo della carità e a farsi costruttori di una società aperta ai grandi valori dello Spirito e impegnata nella difesa dell’uomo e della vita.

Solo ascoltando questa parola, noi potremo dire che non è stata vana la celebrazione del bicentenario della canonizzazione dell’umile Benedetto da San Fratello, ma che ascoltando la voce del passato, noi scopriamo la grande verità ribadita da Papa Benedetto XVI che “chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino” (Deus caritas est, n. 42).

Possiamo essere certi che il Santo che è vissuto in questo convento, che qui ha fatto esperienza dell’Assoluto, qui ha confortato i fratelli e che da qui ha raggiunto la patria eterna, e del quale qui sono custodite le sacre reliquie insieme a quelle del Beato Fondatore di questa oasi di pace, il Beato Matteo di Agrigento, è a noi vicino e ci incoraggia a custodire con fedeltà creativa la memoria della sua presenza tra noi, facendo oggi ciò che Francesco e i nostri Fratelli di ieri fecero ai loro tempi e, così, “essere noi stessi segni leggibili di vita per un mondo assetato di nuovi cieli e terra nuova (Is 65, 17)”.

Amen.