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25.12.2009 @ 17:26
Greccio: Andiamo a Betlemme
Greccio, 25 dicembre 2009
Fr. José RodrÃguez Carballo, ofm - Ministro generale
A quanti siete giunti da lontano e da vicino in questo luogo benedetto di Greccio, per celebrare questo giorno di gioia ed esultanza del Natale del Signore: il Bimbo di Betlemme, nato dal grembo verginale di Maria Vergine, vi faccia traboccare di gioia e sperimentare la singolare consolazione che sperimentò frate Francesco di fronte al presepe (cf. 1Cel 85). Greccio, luogo scelto dalla Provvidenza perché il Serafico Padre san Francesco facesse memoria della nascita di Gesù a Betlemme (cf. 1Cel 84), in una forma così inusuale in quel tempo che “perché ciò non venisse ascritto a desiderio di novità , chiese ed ottenne prima il permesso del sommo Pontefice†(LM 10,7).
Greccio, nuova Betlemme, dove, così come nel primo Natale della storia, risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà , si raccomanda l’umiltà (1Cel 85). Greccio, luogo consacrato alla memoria di Francesco e a cui, da quella notte memorabile del 1223, accorrono pellegrini da ogni parte per ricordare questo innamorato del mistero dell’Incarnazione che in questo luogo ha voluto contemplare con i suoi occhi la modalità scelta dal Figlio di Dio per il suo ingresso nella storia dell’umanità . In effetti, fu qui, a Greccio, dove, tre anni prima della sua morte, il Poverello ha voluto, in qualche maniera, vedere con i propri occhi i disagi in cui si è trovato il Bambino di Betlemme per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello, e in questo modo fede preparare (1Cel 84).
Questa è la ragione della riproduzione vivente della nascita di Gesù a Betlemme: vedere con gli occhi della carne, ma ancor di più con gli occhi del cuore, Gesù che da ricco si fece povero, pur essendo Signore si fece servo, da primo si fece ultimo. Si tratta di un vedere che va molto al di là del guardare fisico. Lo sguardo di Francesco è uno sguardo amoroso, lo sguardo di un innamorato alla persona amata. Ce lo fa vedere il Celano quando dice che Francesco è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile (1Cel 85), così come san Bonaventura quando afferma che il Poverello con tenerezza d’amore predica sulla nascita del Re povero (LM 10,7). È Questo sguardo che apre alla conoscenza e alla penetrazione profonda del mistero dell’Incarnazione. Non una conoscenza intellettuale, ma una conoscenza che, come nella Bibbia, è relazione amorosa, e che manifesta una certa complicità tra l’amante (Dio che ama l’uomo e invia suo Figlio) e l’amato (Francesco che lasciandosi amare, si trasforma nell’amato). Ed è la presenza dell’amato che porta Francesco a vibrare di gioia ineffabile. Non c’è più motivo di aver paura. A Francesco, come a tutto i poveri di cuore, è stata rivelata una grande notizia: è nato il Salvatore (Lc 2,11). Non c’è più una situazione, per disperata che sembri, che possa portar via questa gioia che solo Dio può dare. Finalmente il nostro Dio non si manifesta più nel fuoco o nella nube, non si fa più sentire tra i tuoni, come faceva nell’Antico Testamento; il nostro Dio lascia l’altezza per abbassarsi e abbracciare, con tutte le sue conseguenze, la nostra natura ferita. Il nostro Dio non è più un Dio lontano: si è fatto uomo, e si chiama Emanuele, Dio-con-noi.
In questo modo il processo di fede iniziato con il vedere, porta Francesco a incontrarsi con il Verbo fatto carne, rivelazione di un Dio amore, e così lo porta a credere. Di nuovo dobbiamo dire che la sua fede non è una semplice adesione intellettuale, ma è una trasformazione profonda del suo essere, che lo spinge alla sequela. Possiamo così dire che Francesco, riproducendo in modo plastico a Greccio la nascita di Gesù nella grotta di Betlemme, vuole vedere per conoscere, e conoscere per credere, e credere per seguirlo.
Francesco che ha visto con i propri occhi la nascita di un Re povero, nato in una città piccola, in una stalla, da una madre poverella,vuole ora, imitando le sue orme, seguirlo nella povertà più radicale, -sine proprio, senza nulla di proprio-, e in minorità e umiltà . Se il Verbo eterno del Padre ha scelto questo cammino per farsi uomo, Francesco sceglierà questo cammino per seguire Cristo. In questo modo la sua stessa vita sarà un’icona del mistero dell’Incarnazione, e la sua esistenza un vangelo vivente.
Cari fratelli: accompagnati per mano dalle letture di queste celebrazioni natalizie, anche noi siamo invitati ad andare a Betlemme, per vedere e contemplare, Con Giuseppe e Maria sua madre, il bimbo appena nato, avvolto in fasce che giace in una mangiatoia (Lc 2,12). Come i pastori andiamo senza indugio, correndo (cf. Lc 2,16), là ci aspetta qualcosa di meraviglioso, mai pensato: colui che fin dal principio era unito a Dio, perché Dio egli stesso, colui per il quale tutto fu fatto, e in cui stava la vita, al compimento della pienezza dei tempi, si fa uomo e pianta la sua tenda in mezzo a noi (cf. Gv 1,1ss; Gal 4,4), e allora i nostri occhi potranno vedere il ritorno del Signore (cf. Is 52,8) e contemplare la bontà di Dio e il suo amore per l’umanità (cf. Tt. 3,4).
Andiamo a Betlemme e come i pastori, una volta visto e contemplato questo prodigio dell’amore di Dio per l’umanità , torniamo alle nostre case, al nostro lavoro, e lì, nella quotidianità della nostra vita raccontiamo quello che abbiamo visto e udito di questo Bambino, il Dio-con-noi. In questo modo il Natale si trasformerà nella festa della testimonianza, della missione. E noi, come gli angeli nella santa notte del Natale, come i pastori che corsero a vedere il neonato, come Francesco che qui a Greccio fece memoria vivente del mistero dell’Incarnazione, ci convertiremo in evangelisti, banditori e missionari della Buona Novella che è per tutto il popolo: nella città di Davide è nato il Salvatore (cf. Lc 2,10-11).
Sì, fratelli: il nostro Natale non può ridursi ad una festa qualsiasi. Non basta adornare le nostre case e le nostre città , non basta nemmeno metterci quei bei presepi. Gesù viene e chiede posto nei nostri cuori, nelle nostre vite. Vuol nascere in essi. Giovanni afferma: “Venne tra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto†(Gv 1,11). I “suoi†erano troppo distratti o avevano altri interessi. Il cuore di molti era offuscato. Faremo anche noi lo stesso?
Abbiamo bisogno del Natale. Abbiamo bisogno di questo Bambino indifeso che porta la salvezza del nostro Dio (cf. Is 52,10). Abbiamo bisogno di questo Bambino avvolto in fasce, che porta la pace ed è fonte della vera gioia. Però il nostro mondo ha bisogno anche di uomini e donne che annuncino e testimonino con la loro parola e con le proprie vite la presenza in mezzo a noi dell’Emanuele, del Dio-con-noi. “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi†(Is 52,7), dice il profeta. Questa è la nostra missione: essere messaggeri di colui che ci da la possibilità di essere figli di Dio (Gv 1,12). Essere figli nel Figlio: questa è la vocazione alla quale siamo stati chiamati. E allora, come in quel Natale di Greccio del 1223, Cristo risusciterà nel cuore e nella vita di coloro che lo avevano dimenticato (1Cel 86). E la gioia regnerà in tutti, perché per tutti sarà Natale.
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