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28.10.2006 @ 21:43

San Giovanni da Capistrano: 550 della sua morte - omelia

ANNUNCIATORI DEL VANGELO
(Capestrano 28 ottobre 2006)
Fr. José Rodríguez Carballo, ofm (Ministro generale)
Sap 10, 10-14; Sal 33; Lc 9, 1-6

Carissimo Fr. Virgilio, Ministro della Provincia degli Abruzzi, carissimi Ministri Provinciali della COMPI, autorità civili di Capestrano, carissimi Confratelli, particolarmente voi che siete venuti da lontano, carissimi ragazzi di Mondo X, carissimi abitanti di Capestrano, il Signore vi dia pace.

Cinquecentocinquanta anni fa, il 23 ottobre 1456, moriva a Ilok, in Croazia, Giovanni da Capestrano, nato proprio in questa città nel 1386. Oggi noi, suoi confratelli, insieme a voi, abitanti di Capestrano, suoi concittadini, vogliamo ricordare questo illustre figlio di Francesco d’Assisi, che entrò nell’Ordine dei Frati Minori nel convento di Monteripido, presso Perugia, e divenne una grande figura della Chiesa e della società del suo tempo. Giovanni da Capestrano fu, infatti, uomo di fiducia di diversi pontefici, in particolare di Martino V, di Ministri generali e di regnanti; fu un celebre giurista; fu, insieme a San Bernardino da Siena e a San Giacomo della Marca, l’anima della Riforma Osservante del nostro Ordine; e si distinse come insigne predicatore in tutta l’Europa.

Ancora giovane, Giovanni, come Francesco, conobbe la tristezza della prigionia, che fu per lui causa di una profonda crisi religiosa. In quella situazione si avverò nella sua vita quanto abbiamo ascoltato nella prima lettura e nel salmo responsoriale: il Signore lo ascoltò e gli si fece vicino mentre aveva “il cuore ferito” (cf Sal 33), “scese con lui nella prigione, non lo abbandonò mentre era in catene” (Sap 10, 14), ma, al contrario, lo salvò, perché aveva il cuore affranto, e “lo condusse per diritti sentieri, gli mostrò il regno di Dio e gli diede la conoscenza della cose sante” (Sap 10, 10). Guidato dalla luce del Signore, dopo aver avuto una visione del padre san Francesco, Giovanni entrò nell’Ordine dei Frati Minori e da allora si donò interamente al Signore, all’Ordine francescano, alla Chiesa, dedicandosi alla diffusione del Regno, per la cui causa non esitò a rinunciare per due volte all’episcopato, prima a Chieti e poi a l’Aquila.

Chiamato e inviato, come gli apostoli, a continuare la stessa opera di Gesù (cf Lc 9,1), dotato di grande eloquenza, Giovanni predicava nei villaggi e nelle città la modestia nel vestire e nel parlare, la pace e la riconciliazione tra le città, il primato del papa di Roma, senza tralasciare di alzare la voce contro ogni forma di abuso sociale, come l’usura. In questo modo portava il Regno di Dio nel cuore di quanti lo ascoltavano. Giovanni, ascoltatore attento della Parola, lasciò che questa gli scendesse dalle orecchie nel cuore e da qui risalisse sulle labbra e mettesse in moto i suoi piedi, lasciandosi così trasformare in pellegrino che, per le strade d’Europa, annunciava a tutti la Buona Novella. E fu sempre per questa Parola, ascoltata e accolta, e dalla quale si fece guidare che, come dice il libro della Sapienza, le sue fatiche ebbero successo e i frutti del suo lavoro furono moltiplicati (cf Sap 10,10).

Allo stesso modo quando da apostolo divenne soldato, il Signore “lo custodì dai nemici, lo protesse da chi lo insidiava”, assegnandogli “la vittoria in una lotta dura” (Sap 10, 12), come quella di Belgrado.

Cari fratelli e sorelle anche noi, sacerdoti e laici, riuniti oggi qui per ricordare il figlio più illustre di questa terra abruzzese, siamo chiamati a rispondere, con l’ardore e la generosità di Giovanni da Capestrano, alla chiamata del Signore che ci ha convocati e ci invia a proclamare il regno di Dio. Non importa se siamo religiosi o laici, la nostra vocazione e missione in quanto battezzati è questa: passare dalla contemplazione al pellegrinaggio nel mondo, andare per le vie delle nostre città e dei nostri villaggi, dove lavoriamo, studiamo o semplicemente condividiamo la vita con gli altri, per portare ovunque il Vangelo di Cristo. Il mondo di oggi, cari fratelli e sorelle, ha tanto bisogno di uomini e donne che con la “potenza e l’autorità” donataci dal Cristo (Lc 9, 1), vadano incontro ai loro fratelli e alle loro sorelle per curare la più grande della malattie, quella di non conoscere la Buona Novella, che è Cristo. Il cuore degli uomini e delle donne del nostro tempo, con il loro bisogno di amore, di essere amati e di amare a loro volta, è un terreno assai favorevole per comunicare la nostra fede, per essere anche noi “testimoni di Gesù risorto”, come ci ha invitato a fare il IV Congreso Nazionale della Chiesa italiana, celebrato a Verona recentemente.

Ma, alla luce del Vangelo proclamato, dobbiamo ricordare sempre che l’importante non è cosa dire. Non possiamo neppure dire come Mosè: “Non so parlare”. Il cosa dire non dipende da noi. Il Signore stesso metterà sulle nostre labbra quello che dobbiamo dire. L’importante è come siamo, per non contraddire con la vita quello che annunciamo con la bocca. Quello che dobbiamo tener presente è che la nostra vita è la cassa di risonanza di ciò che diciamo.

Il brano ascoltato può essere considerato come la nostra carta d’identità da inviati, da apostoli, e come tali dobbiamo assomigliare a chi ci invia. È vero che la Parola è viva ed efficace per se stessa, ma noi abbiamo il tragico potere di offuscare o vanificare l’annuncio. Se, infatti, non abbiamo il potere di renderlo credibile, possiamo tuttavia renderlo non credibile. Questa è, cari fratelli, la nostra grande responsabilità. Non potendo dare la vita, poiché solo Dio può donarla, siamo però in grado di dare la morte a ciò che vive. È necessario, quindi, che la fede che professiamo, quando recitiamo il “credo”, diventi vita per ciascuno di noi. Siamo chiamati a compiere, in questo senso, un grande e, al tempo stesso, capillare sforzo, perché ognuno di noi si trasformi in un “testimone” capace e sempre pronto ad assumere l’impegno di rendere conto a tutti della speranza che lo anima (cf 1 Pt 3, 15), che, cioè, Cristo Gesù è morto e risorto.

Cari fratelli e sorelle il mondo e la Chiesa stessa hanno bisogno di noi, di tutti noi, di cristiani maturi e responsabili, capaci, come ha affermato il Papa a Verona, di “rendere visibile il grande “sì” della fede”, e di testimoniare che “in un modo che cambia, il Vangelo non muta. La Buona Notizia resta sempre la stessa: Cristo è morto e risorto per la nostra salvezza”. Soltanto in questo modo saremo capaci di “restituire – come chiedeva Benedetto XVI, sempre a Verona – piena cittadinanza alla fede cristiana”. Questa è stata la passione di Giovanni da Capestrano. Questa, cari fratelli è sorelle, deve essere la nostra passione. San Giovanni da Capestrano ci ottenga dal Signore questa grazia.


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