In Madagascar, sull’altopiano, ho visto i frati chinati sulla terra rossa. Una fattoria: risaie, orti, qualche animale, un piccolo caseificio. I giovani in formazione lavoravano accanto ai più anziani, le mani nella terra. Vivono in parte di quel lavoro e ne condividono i frutti con i villaggi intorno. La stessa cosa ho visto in Myanmar, in Laos, in Cambogia: fraternità che imparano a sostenersi lavorando, senza attendere tutto da fuori.
Quella scena mi ha riportato a una parola del Testamento, che rileggiamo in quest’anno del Transito: «E io lavoravo con le mie mani, e voglio lavorare». Francesco non parla del lavoro come peso da sopportare o come condanna, ma come un modo di stare nel mondo. Chinarsi sulla terra, produrre il pane, dividerlo con altri: qui il lavoro diventa grazia, partecipazione alla buona creazione di Dio e alla crescita degli uomini e delle donne di oggi, soprattutto i più piccoli. Guardando quei frati ho capito che il lavoro ci tiene vicini alla terra e alla vita reale della gente, e ci custodisce dalla tentazione di vivere al di sopra di essa.
Il nostro lavoro oggi è quasi sempre pastorale ed educativo, raramente professionale. Eppure, diversi frati compiono studi e assumono una professione, e ci sono fraternità piccole dove alcuni lavorano fuori casa, vivono del proprio lavoro e condividono la condizione di molti. È una strada che appartiene in modo particolare anche ai fratelli laici. Fu una spinta forte negli anni intorno al Concilio; oggi si è affievolita. Forse abbiamo bisogno di tornare a guardarci intorno e a chiederci che cosa ci insegna ancora questa esperienza. Non per contrapporre il lavoro manuale o professionale al nostro servizio pastorale, ma per non ridurre la nostra vita a un solo modello, pastorale e centrato sul culto.
La minorità, chiave del nostro vivere da fratelli e dello stare tra la gente, ci chiede anche questo: condividere la fatica ordinaria della vita, imparare da chi lavora, riconoscere nel lavoro un luogo nel quale Dio continua a formarci. Possiamo condividere le esperienze che già esistono nelle nostre fraternità, ascoltare i laici della nostra Famiglia e non solo loro, e trovare forme nuove per integrare il lavoro nella nostra vita. Non per nostalgia di un mondo scomparso, ma perché il lavoro, vissuto così, ci evangelizza. Ci ricorda che il pane si guadagna con fatica, e che quella fatica, condivisa, ci fa fratelli.
Torno con la mente a quei frati del Madagascar, chinati sulla terra rossa. Non facevano nulla di straordinario: coltivavano, riparavano, tenevano in ordine ciò che serviva a vivere. Ma in quei gesti ho riconosciuto qualcosa del Poverello, che volle lavorare fino alla fine e lo chiese ai suoi. Il lavoro delle nostre mani non è un residuo di un tempo passato. È una via ancora aperta per restare minori tra la gente, vicini a quella terra che il Cantico chiama sorella e madre.
Impariamo di nuovo a lavorare.