La città di Roma si prepara al Giubileo 2025 e i primi pellegrini sono i romani e i visitatori, costretti a cercare una strada aperta tra un cantiere e l’altro. La città si prepara a ricevere oltre 30 milioni di presenze, che Papa Francesco chiama pellegrini della speranza.
Negli ultimi due mesi ho incontrato diversi pellegrini della speranza.
Attraversando il Messico, ho potuto vedere come pellegrini della speranza siano innanzitutto i tantissimi migranti che dall’America del sud a quella centrale cercano di arrivare alla loro meta sperata, gli Stati Uniti. Un pellegrinaggio doloroso, spesso con speranze infrante, perché la morte ferma molti. Ci sono anche i “pellegrini” tra i troppi fenomeni di insicurezza sociale. Nello stesso tempo mi ha colpito l’accoglienza e la gioia di quel popolo. Mi chiedo: cosa imparare da loro, quale passo fare con loro come pellegrini della speranza?
Sono passato poi in Cile, dove la società, la Chiesa e anche la vita religiosa sono stati feriti in modo molto profondo dagli scandali degli abusi. Ho partecipato al Capitolo delle Stuoie dei nostri fratelli e ho visto i passi concreti della speranza in una fraternità che ricomincia il cammino, che cerca di guardare oltre e aprirsi alla missione. Imparo che anche dalle ferite più profonde può venire un passo di speranza.
Dopo pochi giorni, mi sono ritrovato nella Repubblica Ceca e in Polonia, società post-comuniste in profondo cambiamento. La Repubblica Ceca è molto secolarizzata e la Polonia vive una transizione difficile. Pellegrini della speranza vuol dire qui non chiudersi nella nostalgia del passato, ma vivere il presente con passione e guardare avanti. Ho incontrato non pochi segni di questo nuovo inizio, anche tra i nostri fratelli.
Il mio pellegrinaggio è proseguito tra Irlanda, Croazia e Bosnia, paesi molto diversi, ma accomunati da un passato in cui la fede ha dovuto affrontare la clandestinità e il martirio. Questi popoli oggi fronteggiano in modi diversi situazioni del tutto nuove. L’Irlanda è una società ormai post secolare, dove la Chiesa è una minoranza, alla ricerca di un cammino nuovo per esprimere la fede. I nostri frati, ormai pochi, hanno elaborato un progetto di vita adatto alla loro realtà: pochi punti essenziali, ma animati dalla speranza di chi guarda avanti.
A Zagabria ho potuto inaugurare con i frati il convento di Kaptol, risorto dopo il terremoto, un punto di incontro importante per la città, una luce di speranza e di futuro. Attraversando la Bosnia poi, ho visto la realtà di spopolamento, di riduzione soprattutto dei cattolici. Sono stato toccato dalla tenacia di queste persone, legate alla loro terra, e dei nostri frati al loro popolo. Anche qui “pellegrini della speranza” significa guardare avanti, superare i tanti steccati, cercare la riconciliazione e costruire il futuro, anche se sarà molto piccolo.
Torno a Roma, mi imbatto ancora nei cantieri che riempiono la città, ma so che è possibile un cammino diverso. Lo imparo da tante persone nel mondo, pellegrini della speranza.