Confesso una sorpresa. Aspettando Magnifica humanitas, la prima enciclica di Papa Leone XIV uscita il 25 maggio, non sapevo bene che cosa prevedere e perché la scelta cadesse proprio sull’intelligenza artificiale. Scorrendo poi le pagine coraggiose e lucide del testo ho visto che Leone apre un panorama più ampio della sola IA, non demonizza la tecnologia né la celebra con ingenuità: ricorda che non è mai neutrale, perché porta il volto di chi la pensa, la finanzia e la usa. E lancia un invito che mi è rimasto dentro: “disarmare” l’IA e rimettere l’umano al centro.
La sorpresa più grande, però, è venuta dopo. Ho seguito le reazioni: non solo di teologi e pastori, ma soprattutto di tanti laici — ricercatori, imprenditori, protagonisti del mondo tecnologico, anche non credenti — pronti a confrontarsi con il testo. Alla presentazione in Vaticano, accanto al Papa, sedevano proprio alcuni di loro. Una scena che dice molto: il Vangelo, quando tocca le domande vere, suscita ascolto ben oltre i nostri confini.
A 135 anni dalla Rerum novarum, Leone riporta la Chiesa al crocevia di una nuova rivoluzione, come fece il suo predecessore davanti a quella industriale. In gioco non c’è solo una tecnica, ma il senso del lavoro, la qualità delle relazioni, la dignità della persona. Davanti a noi, scrive, una scelta: costruire un’altra Babele oppure la città dove Dio e l’uomo abitano insieme. Restare critici sul paradigma tecnocratico in mano a pochi che sembra vincere e cercare il bene comune per uno sviluppo umano integrale.
Mi chiedo: come tutto questo tocca noi, francescani del XXI secolo? Non possiamo più pensare l’IA, e tutto ciò che porta con sé, come una faccenda di altri. Vi siamo già immersi: la usiamo per scrivere, tradurre, studiare, comunicare. Ma siamo sicuri che, mentre le nostre macchine diventano più intelligenti, il nostro ascolto di noi stessi e degli altri stia crescendo allo stesso modo e così il nostro sguardo sulla realtà, su tutto ciò che è umano?
Ora colgo ancora meglio il valore di aver scelto l’IA come uno dei temi del Capitolo generale del 2027. Non vogliamo restare sulla soglia, né spaventati né affascinati. Vogliamo entrare in questa nuova frontiera con il Vangelo tra le mani. Così ci lasciamo interrogare su ciò che essa può custodire dell’umano e su ciò che può mettere in pericolo — a partire dal suo uso nelle guerre, che Leone denuncia senza mezzi termini.
Francesco non ebbe paura del suo tempo: attraversò confini che sembravano invalicabili e andò incontro all’altro disarmato. A noi oggi è chiesto un coraggio simile, non per rifiutare il nuovo, ma per orientarlo verso il bene, la comunione, la pace.
Mi torna davanti agli occhi quella sala in Vaticano, con tanti uomini e donne del mondo digitale e scientifico seduti in ascolto. Se loro accettano di lasciarsi interrogare da un’enciclica, perché non noi? Attraversare questo tempo da credenti, con gli occhi aperti e il cuore libero: è l’audacia che l’Anno di Francesco ci chiede.