Il 21 settembre, a San Damiano, ho partecipato alla celebrazione del Centenario del Cantico delle Creature. Davanti al Crocifisso che parlò a Francesco, ho ricordato che “il grido della terra e il grido dei poveri sono inseparabili”. Mentre pronunciavo quelle parole, il cuore si stringeva pensando a Gaza, all’Ucraina, ai tanti luoghi dove oggi risuona solo il grido del dolore.
Francesco compose il Cantico nell’autunno del 1225, cieco e malato, eppure capace di trasformare la sua fragilità in lode universale. Oggi noi, davanti alle immagini di guerra che si susseguono sui nostri schermi, rischiamo invece la cecità del cuore, l’assuefazione al male, il silenzio complice. Sembriamo assistere muti a logiche di sterminio che dovrebbero farci gridare di orrore.
“Laudato si’, mi Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore”: questa strofa del Cantico, aggiunta da Francesco durante un conflitto tra il vescovo e il podestà di Assisi, oggi suona come una provocazione. Il perdono non è fuga dalla realtà, ma riconoscimento che solo attraverso la riconciliazione possiamo trovare le vie per una pace integrale.
Ma come parlare di perdono mentre troppi bambini muoiono sotto le bombe? Come cantare “fratello sole, sorella luna” mentre la terra è insanguinata e vede tante persone in fuga dalla loro terra? Forse proprio qui sta la lezione più dura che il Signore ci offre: la conversione non può essere solo personale, deve diventare sociale, politica, profetica.
L’enciclica Laudato Si’ ci ha insegnato che tutto è collegato. Le guerre di oggi non sono separate dalla crisi ecologica, dalla disuguaglianza, dall’economia che uccide. La logica che distrugge la casa comune è la stessa che distrugge i popoli. Come i profeti antichi, siamo chiamati a denunciare “quelli che calpestano il povero”, anche quando il povero è un intero popolo sotto assedio.
La vergogna che proviamo di fronte al nostro silenzio deve diventare punto di partenza, non di arrivo. Francesco vide trasformarsi la sua esperienza di fragilità in inizio di conversione e di compassione. Noi possiamo trasformare il nostro dolore impotente in testimonianza attiva, in parole che spezzano il silenzio, in gesti che seminano riconciliazione.
Il Cantico ci insegna una “grammatica delle relazioni”: tutto è fratello, tutto è sorella. Anche chi oggi consideriamo nemico. Questa non è ingenuità, è la radicalità evangelica che sola può spezzare le logiche di morte.
San Damiano ci rimanda nel mondo con il mandato di “riparare la casa comune”. Non possiamo farlo ignorando le ferite che la guerra infligge a questa casa. La pace che Francesco cantava non è assenza di conflitto, ma presenza di giustizia. E la giustizia oggi chiede di non tacere, di non voltarsi dall’altra parte, di essere semi di pace e di speranza anche quando tutto sembra perduto.
Il Signore ci sta insegnando che il nostro tempo invoca la stessa audacia di Francesco: trasformare la sofferenza in lode, il dolore in profezia, il silenzio in parola che libera. Laudato si’, mi’ Signore - anche attraverso la prova che ci purifica e ci converte.