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  • Beatificazione di papa Giovanni XXIII
    Angelo Giuseppe Roncalli 

    Sommo Pontefice - Terziario francescano (1881-1963)
     

     

    Il Concilio Vaticano II
    atto di fede di Giovanni XXIII


    di Mons. Vincenzo Carbone
    Consultore della Congregazione per le Cause dei Santi
    Archivista del Concilio Vaticano II

     

    Il 28 ottobre 1958 fu eletto Papa l’anziano patriarca di Venezia Angelo Giuseppe Roncalli, che prese il nome di Giovanni XXIII.
    Per l'avanzata età, si disse che il suo sarebbe stato un pontificato di transizione, e si cercava di scorgerne la nota che lo avrebbe distinto.
    La svelò, tre mesi dopo la elezione, lo stesso Pontefice. Il 25 gennaio 1959, "tremando un poco di commozione, ma con risolutezza di proposito", egli annunziò ai Cardinali, riuniti nel cenobio benedettino di S. Paolo fuori le Mura, la sua decisione di convocare un Concilio Ecumenico.
    Alla chiusura del primo periodo del Concilio (8 dicembre 1962) egli disse: "Il Concilio in realtà è un atto con il quale si crede in Dio, si obbedisce alle sue leggi, si cerca di corrispondere con sforzo sincero al piano della divina redenzione, per il quale il Verbo si è fatto carne da Maria Vergine".
    Questo fu per Giovanni XXIII il Concilio Vaticano II: un atto di fede.

     

    Ispirazione dell’Altissimo


    Riteniamo che l'improvviso ed inatteso annunzio del Concilio, dato dal nuovo Papa, non si collegava ai due precedenti tentativi, che non avevano avuto esito: il primo di Pio XI, per riprendere il Concilio interrotto nel 1870; l'altro durante il pontificato di Pio XII, per definire alcuni punti di dottrina, condannare gli errori e promuovere riforme disciplinari.
    Essendosi intorbidati i tempi, Pio XI sospese definitivamente i lavori avviati. Lo stesso fece nel 1951 Pio XII, per la discordanza dei pareri nella istituita commissione. In tempi così difficili, egli non intendeva tenere a lungo i vescovi tanto lontano dalle diocesi, e preferiva trattare nel suo magistero alcuni dei temi prescelti.
    Dei due tentativi, svoltisi nel più stretto segreto, forse Roncalli non aveva avuto notizia. Da Papa non vi fece mai riferimento. Gliene parlò il card. Ernesto Ruffini, quando era già cominciata la preparazione del Vaticano II.

    Giovanni XXIII rivendicò sempre a sé l'idea del Concilio, maturata in lui non "quale frutto di prolungata considerazione, ma quale fiore spontaneo di inaspettata primavera concepita all'improvviso, senza che alcuno mai gliene desse indicazione. Il primo ad esserne sorpreso fù egli stesso. Affermò espressamente: "Abbiamo ritenuto ispirazione dell'Altissimo il pensiero che fin dall'inizio del nostro pontificato si è affacciato alla nostra mente… di convocare un Concilio Ecumenico"
    Dissentendo dai profeti di sventura, che senza obiettività nè prudente giudizio, nelle condizioni della società non vedono che rovine e guai, e annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo, Giovanni XXIII con spirito di fede vede i misteriosi piani della divina provvidenza da realizzare.
    Non sollecitato da alcuno stimolo terreno, non spinto da particolari circostanze, penetrando nelle necessità del tempo, accolse la celeste ispirazione. Nel raccoglimento e nella preghiera, decise la convocazione del 21° Concilio Ecumenico, in espressione di ubbidienza ad un disegno che gli parve corrispondere alla volontà di Dio.

     

    Concilio pastorale


    Nel corso di un secolo si erano verificate profonde trasformazioni sociali e politiche: erano sorti nuovi problemi, che attendevano un'adeguata soluzione.
    Con lo sguardo rivolto ai bisogni della Chiesa e del mondo, Giovanni XXIII, nel dare l'annunzio del Concilio, dichiarò: "Ci sta dinanzi la sola prospettiva del bonum animarum e di una corrispondenza ben netta e definita del nuovo pontificato con le spirituali esigenze dell'ora presente.
    Egli volle che il Concilio, scaturito dalla sua sollecitudine pastorale, avesse un carattere "pastorale" e di "aggiornamento", per approfondire la dottrina sacra, esporla in modo che fosse meglio conosciuta ed accettata, e per insegnarla con la voce della carità pastorale.
    Nella prima enciclica Ad Petri Cathedram (29 giugno 1959) specificò che lo scopo precipuo del Concilio era di "promuovere l'incremento della fede cattolica e un salutare rinnovamento dei costumi del popolo cristiano, e di aggiornare la disciplina ecclesiastica secondo le necessità dei tempi", per il bene della Chiesa e la salute delle anime.

    Nella prima riunione della commissione antipreparatoria (30 giugno 1959) ripeté che la Chiesa, con il Concilio, si proponeva di attingere nuovo vigore per la sua missione. Fedele ai sacri principi e all’immutabile dottrina di Cristo, seguendo le orme della tradizione, intendeva rinsaldare la propria vita e coesione di fronte alle odierne situazioni, con efficienti norme di condotta e di attività. Il nuovo rigoglio di fervore e di opere sarebbe stato un richiamo all'unità per quelli che sono separati dalla Sede Apostolica.
    Estranea al pensiero di Giovanni XXIII fu l'interpretazione di chi restrinse la "pastorale" a qualcosa di pratico, separato dalla dottrina, e intese "l'aggiornamento" nel senso di relativizzare secondo lo spirito del mondo i dogmi, le leggi e le strutture della Chiesa.
    In Giovanni XXIII - dichiarò Paolo VI - "fu così vivo e fermo il senso della stabilità dottrinale e strutturale della Chiesa da farne cardine del suo pensiero e della sua opera".

    All'apertura del Concilio (11 ottobre 1962), Giovanni XXIII disse che più di tutto interessava al Concilio che la dottrina cristiana fosse custodita e insegnata in forma più efficace; ma per poter raggiungere i molteplici campi dell'attività umana, era necessario che la Chiesa, senza discostarsi dal patrimonio della verità, guardasse anche al presente, alle situazioni e ai modi nuovi di vita.
    Il Concilio voleva trasmettere pura e integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti; non si doveva però soltanto custodire il prezioso tesoro, bisognava proseguire il cammino della Chiesa, dedicandosi all'opera che il presente esigeva.
    Lo scopo primario del Concilio non era la discussione di alcuni punti di dottrina, ma l'approfondimento e l'esposizione di essa secondo le attuali esigenze, esposti adottando la forma più corrispondente al magistero, la cui indole è prevalentemente pastorale.
    Quando il Papa apprese le erronee interpretazioni delle sue parole, esclamò: "Non è questo il pensiero del Papa!".
    L'indirizzo del Concilio voluto da Giovanni XXIII continuò anche quando egli non vi fu più.

    Paolo VI, all'inizio del secondo periodo, il 20 settembre 1963, ricordò il discorso di apertura di Giovanni XXIII "che non solo alla Chiesa, ma anche a tutta l'umanità parve voce profetica per la nostra epoca. Quel discorso echeggia ancora nella nostra memoria e nella nostra coscienza per indicare la via, che il Concilio deve percorrere… Non dimenticheremo le norme tracciate con sapientissima intuizione".

     

    La vita per il Concilio


    All’annunzio del Concilio, qualcuno predisse tempi lunghi per la preparazione e lo svolgimento di esso, se anche questo tentativo non si fosse arenato come i precedenti.
    Diverso era il pensiero del Papa. Sorretto dalla fede egli si accinse subito con vigore alla grande impresa, dedicando ad essa tutto se stesso. "Le sue più alte e più vaste sollecitudini" fùrono rivolte al Concilio.
    Il 2 febbraio 1960, nella cerimonia dei ceri, manifestò ai fedeli la sua offerta al Signore: "Stamane - disse - appressandoci all'altare della cappella domestica per la Messa mattutina, abbiamo fatto la consacrazione della nostre umile esistenza al Concilio Ecumenico"
    In quello stesso giorno Mons. Antonio Samoré riferì a Felici che il Papa era "ormai tutto preso dal Concilio Ecumenico".
    Di fatto il Concilio fu al centro del pensiero e dell'azione del Papa; se ne ha la prova nella copiosa documentazione dei numerosi volumi degli Acta.
    Gratuita e non rispondente al vero è l'affermazione che il Papa fu tenuto fuori o, quanto meno, ai margini del lavoro.
    Con le sue direttive, egli fu l’ispiratore e l’animatore dell’attività. Nella consultazione previa (1959-1960), ne esaminò le relative schede e sintesi.
    Seguì attentamente la redazione degli schemi delle varie commissioni, e l'esame di essi nella commissione centrale.
    In tutto il lavoro rifulse la sua ricchezza spirituale di fede, di speranza e di amore a Dio e alla Chiesa.
    Pregava molto e a tutti in pubblico e in privato chiedeva preghiere per il Concilio. Qualche giorno prima dell’apertura, il 4 ottobre 1962 si recò in pellegrinaggio a Loreto e ad Assisi.
    Previde che non sarebbero mancate le difficoltà. Disse a Mons. Felici che il Concilio era opera di Dio e bisognava aspettarsi grandi prove. E le prove vennero!
    Con amore egli offrì a Dio le amarezze e i dispiaceri, che gli flirono causa di molta sofferenza.
    La fiducia in Dio gli dava la certezza della buona riuscita del Concilio. Il 10 ottobre 1962 raccomandò a Mons. Felici di essere tranquillo e di avere grande fiducia in Dio: "il Concilio riuscirà!".

    Il primo periodo fu difficile e sofferto. Alle difficoltà, proprie dell’inizio, si aggiunsero quelle provenienti dalla diversità di scuola e di indirizzo teologico dei Padri. Esse emersero principalmente nella discussione degli schemi sulle Fonti della Rivelazione e sulla Chiesa.
    Al di sopra dei giudizi negativi si levò la voce del Pontefice. Illuminato dalla fede, l’8 dicembre 1962 egli espresse il suo giudizio sereno sul primo periodo. Notò che in un consesso così vasto era stato necessario del tempo per poter arrivare ad una intesa su ciò che era stato motivo di divergenze; esse non devono sorprendere, ma stimolare gli animi. "Questo - disse - è avvenuto per provvidenziale volontà di Dio, perché la verità fosse messa nella sua giusta luce".
    Quando sopravvenne la grave malattia, il Papa generosamente ofirì le sofferenze al Signore per il Concilio. Il 30 novembre 1962 Mons. Capovilla comunicò a Mons Felici: "Il suo biglietto di stamane ha intenerito il Papa, che l’ha così commentato: Dire a Mons. Pericle che offro questa sofferenza e la sospensione degli incontri coi Vescovi, perché il Concilio sempre più chiaramente apparisca come l’opera del Signore" .
    Il 6 dicembre Mons. Capovilla scrisse a Mons. Felici: "In questi giorni il Papa ha seguito i lavori con l'attenzione dei primi giorni, ed in più con il merito di una offerta generosa delle sofferenze permesse dal Signore" .
    Il lavoro delle commissioni per la revisione degli schemi proseguì con alacrità. Intanto le condizioni di salute del Papa peggiorarono e si prevedeva il peggio.
    Nell'ultima udienza (28 aprile 1963), Mons. Felici, pregato da Mons. Capovilla, suggerì al Papa di ridurre il lavoro e di rinviare l’inizio del secondo periodo del Concilio.
    Il Papa rispose: "Ecco le solite prediche!". Continuò a lavorare; nei primi dieci giorni di maggio esaminò "con molta attenzione e personalmente" gli schemi riveduti da inviare ai Padri, e scrisse su ciascuno il suo giudizio.
    Ultimo suo atto fu la concessione (19 maggio) ai prefetti apostolici di partecipare al Concilio con voto deliberativo.

    Il 25 maggio Mons. Felici scrisse al Papa una lettera di devozione e di auguri. In quello stesso giorno il Papa gli fece rispondere da Mons. Capovilla: "Dire a Mons. Felici che gli sono vicino… Anch'io lavoro per il Concilio, anche e soprattutto adesso".
    Egli offri al Signore per il Concilio tutte le sue sofferenze. "Questo letto - disse - è un altare; l'altare vuole una vittima: eccomi pronto. Offro la mia vita per la Chiesa, la continuazione del Concilio Ecumenico, la pace del mondo, l’unità dei cristiani".
    Dio accettò l’offerta. Il 3 giugno, alle 19.49. Giovanni XXIII era in paradiso. Il Concilio continuò secondo l’indirizzo da lui indicato

     


    dall'Osservatore Romano del 3 settembre 2000
     



    © Macmade on Mon, Sep 4, 2000 at 17:33:54 by John Abela ofm (Communications Office - Rome)
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